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I timori di scalata agitano Bpm

di Alessandro Graziani

Nei corridoi della sede della Banca Popolare di Milano in Piazza Meda, da qualche giorno, c'è più agitazione del solito. I capannelli e le chiacchiere dei dipendenti proseguono fuori, nei bar di Via San Paolo, affollati più del normale all'ora di pranzo e nella pausa caffè. «Siamo sotto attacco, c'è un disegno per portarci via la banca», è il ritornello che si raccoglie con più frequenza tra i dipendenti. Abbondano le dietrologie, avanza l'idea del complotto. Si mette in fila la sequenza degli ultimi eventi: le sanzioni della Consob ai dirigenti, la Procura di Milano che apre un fascicolo sul collocamento del prestito convertendo, la Banca d'Italia che chiude la sua ispezione con una relazione durissima, ai limiti del commissariamento. E poi la Borsa, che da mesi penalizza il titolo. Da inizio anno, Bpm ha perso più del 35%. Con il calo di ieri (-1,9%), la capitalizzazione è scesa a 700 milioni. Quasi un terzo della Banca Popolare dell'Emilia Romagna (1,95 miliardi) con cui tre anni fa si era negoziato un'aggregazione «alla pari».

Un clima di emergenza cui la banca non può rispondere con un vertice forte e che sia punto di riferimento per il futuro. Il presidente Massimo Ponzellini, a dieci mesi dalla scadenza del suo mandato, non è più nel cuore dei sindacati interni che due anni fa lo avevano nominato in sostituzione di Roberto Mazzotta. A loro volta, anche i sindacati sono tutt'altro che uniti tra di loro. Un po' per le vicende caotiche degli ultimi mesi – dagli aumenti di stipendio "segreti" ai dirigenti sindacali, alle scissioni che hanno visto passare prima un blocco di dipendenti dalla Fabi alla Uilca e poi un altro blocco dalla Fisac-Cgil alla Fiba-Cisl – un po' perché a novembre in banca si vota per il rinnovo dell'Associazione Amici della Bpm, il parlamentino sindacale che finora è sempre risultato maggioritario in assemblea. La campagna elettorale interna è già partita e il clima tra le sigle è quello della competizione. Perché dai nuovi equilibri interni all'Associazione dipenderà poi, in aprile 2012, il rinnovo del consiglio di amministrazione.

Da poche settimane il direttore generale Fiorenzo Dalu (all'epoca indicato dalla Fisac-Cgil) ha lasciato la banca su pressioni del sindacato dei dipendenti-soci, che in Bpm nomina la maggioranza del consiglio di amministrazione. Al suo posto, è subentrato l'ex condirettore generale Enzo Chiesa (dato in quota Uilca). Per Chiesa la sfida è tutt'altro che semplice. Si è trovato a salire in corsa su un treno che sbanda, ed è impegnato a gestire le varie emergenze: aumento di capitale, piano industriale da mettere in piedi in fretta e furia, fusione delle controllate Cari-Alessandria e Banca di Legnano. Oltre a ipotizzare un deciso taglio dei costi che compensi, almeno in parte, la maxi-diluizione dell'utile per azione che deriverà dall'aumento di capitale da 1,2 miliardi in agenda per settembre.

Se il management ha le sue gatte da pelare, compreso la riduzione dei crediti al settore immobiliare finiti sotto la lente di Bankitalia, la vera emergenza per i sindacati dei dipendenti-soci è la svolta imposta da Via Nazionale sulle deleghe di voto ai soci non dipendenti. Il prossimo 25 giugno l'assemblea straordinaria dei soci è chiamata ad approvare l'aumento delle deleghe da tre a cinque. Gli Amici della Bpm sono contrari, contrarissimi. In banca, ancora una volta, si raccolgono divisioni. C'è chi sostiene che gli Amici della Bpm dovrebbero invitare i dipendenti-soci a bocciare l'aumento delle deleghe. E chi invece sostiene che un rifiuto sarebbe un atto di guerra a Bankitalia che, con tutti i fronti aperti, la Bpm non può assolutamente permettersi. Anche perché la proposta è stata effettuata all'unanimità dal consiglio e un voto contrario potrebbe avrebbe come conseguenza le dimissioni dell'intero cda. Perché in banca si teme l'aumento delle deleghe? Il rischio, sottolineano fonti sindacali, è che con 5 deleghe ai non dipendenti si creino i presupposti perché associazioni esterne prendano il controllo della banca. Con 2.000 nuovi soci iscritti e 5 deleghe, in assemblea possono arrivare 10.000 voti. Sufficienti a battere quelli dei dipendenti-soci mobilitati dal sindacato. La partita è tanto delicata che anche le segreterie generali stanno monitorando l'evoluzione del caso Bpm. Il timore è che l'aumento delle deleghe, abbinato alla maxi-emissione di nuove azioni per l'aumento di capitale da 1,2 miliardi rappresentino l'occasione per un blitz dall'esterno.Si guarda con preoccupazione al ruolo che Mediobanca giocherà nel consorzio di garanzia del maxi-aumento. In caso di inoptato, Piazzetta Cuccia tenterà lo sbarco nel retail? I vertici lo negano categoricamente. Così come nega la Sator di Matteo Arpe, da mesi indicato come interessato a intervenire da azionista-manager per impostare il turnaround della Bpm insieme al team di ex manager Capitalia che lo hanno seguito in Banca Profilo (salvata su richiesta di Bankitalia, che per la prima volta ha autorizzato un fondo di private equity a rilevare la maggioranza di una banca). Chi sta certamente seguendo la vicenda con crescente interesse sono i francesi del Credit Mutuel, che hanno il 5% del capitale di Bpm e il 7,5% della Banca di Legnano (che in prospettiva sarà fusa nella capogruppo). I francesi sono da anni partner silenziosi, non hanno avuto contropartite industriali di rilievo, e accusano una forte minusvalenza. Ora hanno preteso di essere nel consorzio di garanzia dell'aumento di capitale e, in caso di inoptato, aumenteranno la quota. Tra i tanti fantasmi che agitano l'estate della Popolare di Milano, ora c'è anche chi comincia a diffidare del Credit Mutuel.

 

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