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I timori di crisi spaventano Piazza Affari

Avviso ai naviganti: rischio burrasca per venti di crisi sul Governo. È questo il bollettino diffuso ieri dai mercati in quel di Piazza Affari.
Milano infatti, in una seduta con Londra chiusa per festività e dai volumi non alti, è andata per conto suo: il Ftse Mib ha archiviato la giornata in calo del 2,1%. Diversa la performance delle altre Borse europee. Madrid, da tempo «assimilata» a Piazza Affari nelle strategie degli operatori, ha perso solo lo 0,4%. Parigi è rimasta leggermente negativa (-0,1%) mentre Francoforte è salita di poco (+0,1%). Insomma, i numeri indicano che il mercato inizia a prezzare l’ennesima crisi politica in Italia.
Il «non evento» della Buba
Certo, oggi le Borse (volatili) potrebbero addirittura rimbalzare. E non solo. Può obiettarsi che un ruolo importante ieri lo ha giocato la Bundesbank. L’ineffabile Jens Weidmann, presidente della Buba, ha infatti detto di «non attendersi tassi bassi per degli anni». La dichiarazione, ad uso e consumo degli elettori tedeschi, ha inevitabilmente dato una mano ai ribassisti.
E tuttavia, da una parte, quella arrivata da Francoforte, è una non-notizia: il dissenso di Weidmann alla politica espansiva di Mario Draghi è noto da tempo; e, dall’altra, non giustifica comunque la differenza di performance tra i vari listini. La quale, al contrario, è il segno distintivo del caso Italia. «La variabile politica – dice Luca Ramponi, direttore investimenti di Bcc Risparmi&Previdenza Sgr – è ancora poco scontata dai mercati. Se, e quando, la crisi dovesse concretizzarsi, allora assisteremmo a reazioni molto peggiori dell’attuale».
Al che potrebbe obiettarsi. È la speculazione che fa i suoi giochi: i fondamentali del Belpaese (dal risparmio privato al debito complessivo) sono migliori, per esempio, della Spagna.
Tutto vero. E, però, deve ricordarsi che l’elemento della fiducia sui mercati è fondamentale. La minaccia del Pdl di fare cadere il Governo (replicando quanto già accaduto con l’esecutivo guidato da Monti), inevitabilmente, apre scenari che sì sono sfruttati dai ribassisti; ma allontanano gli stessi investitori tradizionali. «Soprattutto perchè – era ieri il leit motiv nelle sale operative – senza una nuova legge elettorale, il ritorno alle urne potrebbe consegnare il Paese all’ingovernabilità». Il che sarebbe un dramma.
Chi sale e chi scende
Al di là degli scenari futuribili, quali invece le performance di ieri dei settori in Borsa? A Piazza Affari il comparto peggiore è stato quello dei media (-5,18%) in scia al tonfo di Mediaset. A seguire il retail (-3,6%) e poi i titoli bancari (-3,4%).
Già i titoli bancari. A livello paneuropeo il settore è sceso di meno (-0,8%). Analogamente a quanto successo in quel di Madrid, dove i finanzari hanno lasciato sul parterre lo 0,9%. Si tratta di numeri che, di nuovo, mostrano la peculiarità dei temi di ieri a Piazza Affari. In particolare, poi, rispetto allo Stato iberico deve rilevarsi che la differenza tra il saggio del Bonos decennale e il BTp si è ulteriormente stretta (7 basis point contro i 12 di venerdì).
Dall’Europa agli Stati Uniti.
Fin qui l’Europa: e gli Usa? A Wall Street c’era attesa per la pubblicazione dei dati sui beni durevoli. I numeri, minori delle stime, hanno fatto balzare all’insù l’S&P500, nel meccanismo a «contrarian» sul ritardo dell’exit strategy della Fed. Sul fronte del cross euro-dollaro, invece, la reazione è stata all’inverso. Il biglietto verde, dopo il dato macroeconomico, è un po’ sceso. Tanto che la moneta unica, dapprima, si è portata sotto 1,34, per poi però chiudere in calo 1,3363. Adesso, dovranno aspettarsi i dati della settimana «che vedono – ricorda Ig Italia in un report – la seconda lettura del Pil Usa e la fiducia dei consumatori statunitensi. L’euro potrebbe sfiorare quota 1,35; di lì dovrebbero ripartire le vendite».

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