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I timori delle banche: troppi prestiti in bilico

Le banche americane hanno archiviato un 2012 da record. I profitti degli istituti di credito d’oltreoceano sono schizzati ai livelli precedenti alla crisi finanziaria iniziata nel 2007: 141,3 miliardi di dollari di utili, con una crescita del 19,3 per cento (22,9 miliardi) rispetto ai risultati del 2011. Bisogna risalire al 2006 per trovare utili più consistenti (145,2 miliardi), ma quello era un altro mondo, anche per gli americani. La tendenza è a crescere, visto che nell’ultimo trimestre del 2012, rispetto al medesimo periodo del 2011, l’aumento è stato del 36,9 per cento, a 34,7 miliardi, con un aumento di 9,3 miliardi in valore assoluto. Questo in un Paese che ha visto nascere ed esplodere la crisi finanziaria, ha salutato per sempre istituzioni secolari come Lehman Brothers ed è comunque ancora alla prese con pesanti situazioni di ristrutturazione e tagli di personale.
In ritardo
E in Italia? Con il consueto ritardo rispetto ai principali partner europei, si sta per aprire la stagione dei bilanci: l’esordio sarà di Intesa Sanpaolo, martedì 12. Le previsioni per il sistema sono preoccupanti. Al 30 settembre scorso i bilanci delle prime dieci banche operanti sul territorio nazionale si chiusero con 2 miliardi di utile totale, un balzo enorme rispetto ai quasi 6 miliardi di perdita registrati nei primi nove mesi del 2011. Ma fu un effetto dovuto soprattutto al trading su titoli, non a cause strettamente industriali. E oggi il peso crescente delle sofferenze potrebbe schiacciare l’utile finale del sistema. Secondo la Centrale rischi, il totale dei crediti deteriorati in Italia raggiunge quota 228,419 miliardi di euro. Una montagna.
L’importo è tale da deprimere i timidi segnali di ottimismo che s’iniziavano a distinguere: il peggio sembrava essere alle spalle, sebbene l’esito elettorale possa riportare tutto indietro. La dinamica della crescita poi è lontana dall’essere paragonabile a quella degli Stati Uniti. Aumentano in maniera consistente i depositi dei residenti (9 miliardi tra fine agosto e fine novembre 2012, secondo il Bollettino economico della Banca d’Italia), ma è freddo il rapporto con le imprese: calano i prestiti, aumentano le sofferenze, ovvero i finanziamenti che non rientrano nella disponibilità degli istituti di credito nei tempi concordati (10 miliardi in più nei primi nove mesi del 2012).
Le categorie
Considerando i primi otto istituti italiani (Unicredit, IntesaSanpaolo, Mps, Banco Popolare, Ubi, Bpm, Bper e Carige), le sofferenze al 30 settembre scorso ammontano a 108 miliardi di euro. A questa cifra consistente (che sommariamente possiamo definire come crediti scaduti fino a un massimo di 180 giorni) vanno aggiunte altre tipologie di prestiti che difficilmente torneranno nella disponibilità delle banche: gli incagli valgono 55 miliardi (sono i crediti per tutelare i quali è stata avviata un’azione legale), i prestiti ristrutturati 19 miliardi (quelli per cui la banca ha acconsentito a rivedere i termini dell’accordo iniziale), quelli scaduti 16 miliardi (ovvero pressoché irrecuperabili, se non parzialmente). Il totale è 198 miliardi di euro, un anno prima era 172 miliardi, l’incremento è del 15 per cento in dodici mesi.
Rischio «testacoda»
Unicredit è la banca con il livello maggiore di sofferenze: 80,4 miliardi al 30 settembre scorso, con un aumento nei dodici mesi del 12,3 per cento. Ma è tutto il sistema a soffrirne. Soprattutto, sembra avviato un lento avvitamento: più le imprese faticano a onorare i loro impegni, più cresce la montagna dei crediti in sofferenza, più le banche sono restie ad aprire i cordoni della borsa per finanziare nuove imprese di sviluppo, deprimendo così il ciclo economico. Scrive la Banca d’Italia: «Il peggioramento (delle condizioni di concessione di prestiti alle imprese, nda) è riconducibile ai più elevati rischi percepiti riguardo alle prospettive dell’attività economica in generale e di particolari settori o imprese (…). L’irrigidimento dei criteri di offerta di credito si è riflesso prevalentemente in condizioni di prezzo meno favorevoli per i prestiti più rischiosi e in un accorciamento della durata dei finanziamenti».
Gli istituti di credito, mai come negli ultimi cinque anni, hanno perso autonomia: sono sottoposti a una serrata vigilanza da parte della Banca d’Italia e quelli di maggiori dimensioni anche a criteri stabiliti a livello europeo. Se un tempo si poteva incidere su alcune poste o sui tempi di riscossione, oggi gli adempimenti di vigilanza sono tali che spesso le banche si trovano davanti a scelte obbligate. Il sentiero si è fatto più stretto, l’autonomia è diminuita. E per la montagna crescente di sofferenze, che comprime il valore del credito oggi erogabile, sembra difficile trovare una soluzione: mentre c’è chi ipotizza una improbabile bad bank (un istituto su cui far convergere l’insieme dei crediti di complicata risoluzione), prende consistenza l’ipotesi di un ritorno alle cartolarizzazioni.

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