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I tassi dei BTp salgono al 6,19%

L’Italia ancora ce la fa. A differenza della Spagna, che ha le porte del mercato sempre più chiuse, Roma riesce ancora a collocare titoli di Stato e a raccogliere una domanda soddisfacente da parte degli investitori. Insomma: riesce ancora, malgrado tutto, a reperire finanziamenti sul mercato. L’asta di ieri, in cui il Tesoro ha venduto BTp a cinque e dieci anni, lo dimostra: sono stati raccolti 5,42 miliardi di euro (praticamente l’importo massimo previsto) con una domanda discreta. Per i BTp quinquennali le richieste degli investitori sono state 1,5 volte superiori all’importo offerto, per i decennali 1,28 volte. Nulla di entusiasmante, certo, ma nemmeno nulla per cui preoccuparsi. I BTp quinquennali sono stati addirittura collocati con un valore d’asta di circa 40 centesimi sopra il livello di mercato: segnale di interesse.
Ma il problema è un altro: il prezzo che l’Italia deve pagare per “ingolosire” gli investitori resta troppo elevato. I tassi d’interesse dei BTp quinquennali sono infatti saliti dal 5,66% dell’asta di un mese fa al 5,84%, mentre quelli dei decennali sono passati dal 6,03% al 6,19%. Sono i livelli di dicembre. E proprio questo è il problema: questi tassi d’interesse, che portano lo spread sulla Germania al 4,67 punti percentuali, sono insostenibili nel medio termine. Strozzano l’Italia. Affossano la sua economia. Calcola Chiara Manenti di Intesa Sanpaolo, che la spesa per interessi in Italia a questi livelli di tasso sia pari a 83 miliardi di euro l’anno: si tratta di circa il 5% del Pil italiano (il programma di stabilità prevede il 5,3% del Pil). La Germania, invece, spende in interessi meno dell’1% del Pil. Insomma: è come se noi corressimo in salita e loro in discesa.
Proprio questo, infatti, è uno dei temi più caldi del vertice europeo iniziato ieri: anche il ministro delle finanze dell’Irlanda ha annunciato che una delle priorità del summit sarà di riportare i rendimenti del debito italiano sotto il 4%. Lo stesso Mario Monti ha posto una sorta di ultimatum su questo tema. Il problema è che il mercato non si aspetta molto dal summit. «Le aspettative – osservava ieri sconsolato uno dei più grandi gestori italiani – sono bassissime». Il che potrebbe anche essere positivo, perché ridurrà le delusioni e amplificherà eventuali reazioni positive post-vertice. Ma, in realtà, positivo non è: perché se veramente la montagna del summit partorisse il topolino, sui mercati le tensioni potrebbero esasperarsi ulteriormente .
È in questo clima attendista che i mercati finanziari si muovono da giorni. E anche ieri. La Borsa di Milano ha recuperato lo 0,67% (dopo il rialzo del 2,6% di mercoledì), quella di Madrid lo 0,82%. Hanno invece frenato i listini di Germania (-1,27%), Francia (-0,37%), Londra (-0,56%) e New York. Ma si tratta di movimenti poco significativi, perché da giorni i volumi di scambio sono molto bassi. A Piazza Affari ieri sono stati del 20% inferiori alla media dell’ultimo mese. Mercoledì erano stati addirittura il 35% in meno. Stesso discorso per tutte le Borse europee, tranne quella di Francoforte. Questo ha un significato ben preciso: gli investitori da giorni non fanno altro che aggiustare le posizioni, che aggiustare il tiro, in attesa del vertice dei capi di Stato europei iniziato ieri.
Discorso simile per i titoli di Stato. Qui i volumi sono strutturalmente più bassi di quelli pre-crisi, anche se negli ultimi giorni – grazie alle aste di BTp e di BoT – sono stati più sostenuti. Ma lo spread tra BTp e Bund è da giorni che volteggia su livelli simili: aveva chiuso a 468 punti base martedì, ha chiuso a 464 mercoledì, ha terminato la seduta a 467 ieri sera. I mercati sono come in un clima di pre-partita: aspettano il risultato del vertice europeo. Vogliono capire quali decisioni verranno prese. La scarsa fiducia si vede però sull’euro, che ieri ha toccato i minimi delle ultime tre settimane contro il dollaro, chiudendo poi a 1,2421.

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