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I tagli al welfare fanno breccia nel Nord

Matt e Fiona hanno 35 anni, due figli e abitano nella periferia di Londra. Sono una delle 40mila famiglie che da luglio vivono sulla propria pelle il tetto ai benefit per il welfare di 500 sterline a settimana. Se in futuro perderanno il lavoro, dal 2015 dovranno attendere non più tre ma sette giorni per ricevere il sussidio di disoccupazione. Marieke, olandese, ha 50 anni e un marito disabile che dal prossimo anno vedrà assottigliarsi l’assegno netto annuale al di sotto dei 300 euro.
La crisi mette a dura prova le politiche del welfare e i governi, costretti a fare i conti con casse sempre più vuote e vincoli di riduzione del deficit imposti da Bruxelles sempre più difficili da rispettare, sono costretti a mettere mano al portafogli. Il taglio della spesa per sanità, disoccupazione e sostegno alle famiglie, unito all’innalzamento dell’età pensionabile, non colpisce solo più i “soliti noti”, Paesi “periferici” come Irlanda, Portogallo e Grecia costretti a restringere le reti di sicurezza per ottenere gli aiuti dalla comunità internazionale. Da quest’anno e nel 2014 la sforbiciata accomuna (quasi) tutti. L’unica eccezione resta la Germania, che nell’accordo di coalizione siglato a novembre prevede un aumento delle risorse. Il modello sociale europeo, fiore all’occhiello del Vecchio Continente scricchiola. «È chiaro – sottolinea Claire Dhéret, analista politica del think tank indipendente Epc, European Policy Centre – che la situazione attuale ha provocato un forte scossone dei suoi princìpi fondatori».
Il governo inglese punta a risparmiare ben 18 miliardi nel 2014 e 2015 con una stretta su fondi, regole e requisiti. Il giro di vite riguarderà anche il “turismo” dei sussidi. Per ottenere le risorse di disoccupazione gli stranieri dovranno infatti frequentare corsi di lingua inglese. Anche l’Olanda ha deciso di imboccare questa strada. Nel 2014 l’Aja ritoccherà la spesa sociale dell’1% rispetto al Pil. La forbice sarà in azione almeno fino al 2017 e porterà a un riordino dei benefit in un’unica formula che riunirà gli attuali assegni per figli, anziani, casa e salute. Persino la Francia, tradizionale culla del welfare, rompe un tabù e con la loi de finances in discussione in Parlamento inverte un trend. Nel 2014 Parigi punta a raggranellare ben 5,8 miliardi attraverso un freno all’aumento delle spese di rimborso sulle assicurazioni sulla malattia e regole più rigide per il sostegno alle famiglie. Le esigenze di spending review contagiano anche la Finlandia. Per proteggere il proprio rating a tripla A l’estate scorsa i sei partiti di maggioranza hanno siglato un patto di ferro che prevede una riduzione della spesa per il welfare, con una stretta sulle cure ospedaliere per gli anziani e la riforma delle pensioni. Anche la stella svedese, finora indiscusso faro per le politiche a sostegno della famiglia, inizia a mostrare qualche ombra. Secondo un recente studio dell’Ocse il Paese è in cima alla classifica per le disuguaglianze salariali, accentuate ancor di più dalla forte presenza di immigrati, come hanno dimostrato le rivolte urbane del maggio scorso.
«Dalla metà degli anni ’90 ad oggi – sottolinea Luigi Campiglio, ordinario di politica economica all’Università Cattolica di Milano – il welfare ha agito come stabilizzatore automatico per l’economia, uno sportello da aprire quando le cose andavano male, con un paracadute per famiglie e disoccupati utile anche come vetrina per attirare gli investimenti esteri. Se in un momento di crescita stagnante come quello attuale i governi decidono di tagliare la spesa il rischio è che l’economia si avviti su se stessa». Gli fa eco Sofia Fernandes, ricercatrice del think tank Notre Europe: «Se non si rafforzerà l’efficacia delle politiche sociali la riduzione della spesa indebolirà la capacità dello Stato di lottare contro le disuguaglianze, di investire nella qualificazione della manodopera e di offrire un servizio sanitario di qualità e a un costo ragionevole. I modelli sociali vanno riformati, ma non sacrificati». Dhéret intravede però una luce in fondo al tunnel: «Il dibattito politico recente sull’introduzione del salario minimo nei Paesi Ue e sul rafforzamento della dimensione sociale dell’Unione monetaria – conclude – ha mostrato una reale volontà di dare impulso a un nuovo modello sociale europeo».

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