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I soldi di Bce vanno agli Stati

Con le decisioni del 10 marzo, la Bce si inoltra vieppiù su terreni inesplorati. Le banche riceveranno dalla Bce stessa prestiti gratis.

Per la parte che useranno per fare credito a imprese e famiglie, non solo non pagheranno nulla, ma riceveranno un premio. In compenso, se le banche vorranno depositare i loro euro presso la Bce, non otterranno alcun interesse; al contrario, dovranno esser disposte a pagare lo 0,4 per cento all’anno.

Nel frattempo la Bce continuerà a comprare titoli, soprattutto titolo di Stato, al ritmo non più di 60, bensì di 80 miliardi al mese. E potrà comprare anche obbligazioni emesse da imprese che le società di rating giudicano solide. Almeno in Italia, la notizia ha destato un entusiasmo generale. Davvero c’è da festeggiare?

L’obiettivo dichiarato della Banca centrale europea è allontanare lo spettro della deflazione: la lieve riduzione dei prezzi registrata nell’ultimo anno, sia piaciuta o meno, è ormai acqua passata; quel che conta ora sono le aspettative di inflazione.

Che si sono sì ridotte, si avvicinano a zero, ma non contemplano ancora una riduzione dei prezzi.

Semplicemente, le persone e le imprese si attendono prezzi stabili. Non parrebbe una situazione particolarmente negativa.

La stabilità dei prezzi non è del resto l’obiettivo sul quale è incardinata la stessa Bce?

Se non fosse, diciamo la verità, che gli stati, colmi di debiti, fanno fatica a convincere i mercati che quei debiti sono sostenibili senza che l’inflazione, gonfiando il denominatore del famigerato rapporto debito/Pil, dia una mano.

Le decisioni della Bce sono quindi un aiuto agli stati, e non alle banche, come taluno sostiene: tanto maggiore è l’aiuto quanto più grandi sono i debiti del singolo stato.

Poco male, si dirà. Almeno qui in Italia, che, quanto a debito pubblico, non si è fatta mancare nulla. Tuttavia, come spesso capita, ci sono effetti inintenzionali.

Draghi vorrebbe, oggi come un anno fa, che gli stati utilizzassero il respiro che lui concede loro (comprandone i titoli, riducendone l’interesse, aumentando l’inflazione) per fare quelle riforme strutturali tanto invocate (flessibilità dell’impiego di lavoro e suo costo, riduzione della spesa pubblica, etc).

Ma se il debito costa così poco, cosa tratterrà il ceto politico, qui e altrove, dal farne di più?

Già lo si è visto: se si eccettua la Germania, nessun paese europeo, l’Italia meno degli altri, ha utilizzato i risparmi d’interesse creati dalle precedenti misure della Bce per risanare il bilancio; e il respiro concesso da quelle misure ha creato le scusanti per rallentare, non le condizioni per sollecitare, le intenzioni riformatrici.

Difficile oggi attendersi un effetto diverso. Draghi è un mago con le parole. Ne sono bastate tre, whatever-it-takes, per spegnere la crisi dell’euro.

Ma c’è una magia che le sue parole, a cominciare dai frequenti riferimenti alla necessità di aprire i mercati e ridurre la spesa, non riescono a fare: convincere il ceto politico a quel rigore dei conti pubblici che proprio le sue azioni rendono meno necessario.

Bruno Leoni

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