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I soldi? Ci sono, però producono poco Lending : il club dei prestiti vola a Wall Street

C’è un paradosso nella ripresa economica americana: una montagna di liquidità giace inutilizzata nelle casseforti delle banche e un altro grosso mucchio di dollari è tenuto al sicuro, lontano dalle grinfie del Fisco Usa ma anche da impieghi produttivi, in conti all’estero. Sono 10.400 miliardi di dollari i depositi bancari negli Stati uniti, un record storico da quando la Federal Reserve (banca centrale Usa o Fed) ha iniziato a raccogliere questi dati; e di quei miliardi ben 4 mila vengono da grandi clienti aziendali o istituzionali, un valore superiore a quello dell’economia tedesca (misurato con il Pil, Prodotto interno lordo). Negli Usa il cash accumulato dalle multinazionali, soprattutto dei settori high-tech e farmaceutico, ma non solo, è arrivato a 2 mila miliardi di dollari, grande quanto l’intera economia italiana. 
Se tutti questi soldi fossero investiti in nuove attività, chissà quanto sarebbe più robusta la crescita degli Stati Uniti, viene spontaneo chiedersi. Ma una serie di regolamentazioni, monetarie e fiscali, frena il libero flusso di questa liquidità nell’economia reale. E per ironia della sorte, alcune regole varate dopo la crisi finanziaria del 2008 per impedire il ripetersi della paralisi del sistema oggi rischiano di bloccare il mercato, sostengono i critici come la Camera di commercio degli Stati Uniti.
Il record di cash nelle casse delle banche americane è un sintomo di come gli imprenditori siano ancora molto cauti nell’investire su nuovi business e nuova forza lavoro. Dall’altra parte i banchieri non usano più la maggioranza dei depositi per erogare prestiti, come avevano sempre fatto fino al 2008 e come vorrebbe l’antico mestiere degli istituti di credito, dove il cuore dei profitti viene dalla differenza fra gli interessi pagati a chi deposita i soldi e quelli incassati da chi li prende in prestito.
Ora non solo i tassi sono bassissimi e la forbice fra quelli passivi e attivi è ridotta al minimo, ma per le grandi banche — quelle considerate dalla Fed «a rischio sistemico» — custodire depositi miliardari non conviene più, anzi è diventato un problema. E così invitano i clienti a spostare i fondi altrove oppure a pagare nuove commissioni se insistono a tenerli cash. Lo stanno facendo J.P. Morgan Chase, Citigroup, Hsbc, Deutsche bank e Bank of America, secondo il Wall Street Journal.
Riserve
Le nuove misure non riguardano i risparmiatori, i cui conti sono assicurati fino a 250 mila dollari dalla Federal deposit insurance corporation. Sono invece colpiti 3,5 milioni di conti non assicurati per un controvalore di 4 mila miliardi di dollari: quelli che fanno capo ad aziende e a investitori come gli hedge fund. La preoccupazione della Fed è che in un momento di crisi questi grandi clienti vogliano riscattare tutti assieme il loro cash e per questo chiede — con la regola del «liquidity coverage ratio» (indicatore di breve termine) — che le banche abbiamo riserve del 40% a fronte di certi depositi aziendali e fino al 100% per quelli di istituti finanziari come gli hedge fund. Le banche devono investire quelle riserve in titoli a rischio «zero» e massima liquidabilità, e per questo fanno incetta di titoli del Tesoro Usa, contribuendo a tenere ai minimi i loro rendimenti. I soldi bloccati nelle riserve non possono essere usati per erogare prestiti e ricavarne profitti.
Commissioni
J.P. Morgan Chase e le altre grandi banche dal 1° gennaio imporranno commissioni — per esempio 500 dollari al mese — sui conti non vincolati da cui i clienti possono prelevare in qualsiasi momento. L’alternativa offerta a chi non vuole pagare questi costi è investire la liquidità in fondi monetari od obbligazionari di breve termine, anch’essi non assicurati e inoltre più rischiosi, perché il loro valore può scendere a seconda delle quotazioni di mercato.
Le nuove regole bancarie sembrano essere un ulteriore incentivo per le multinazionali americane a tenere cash all’estero. Ma la molla principale in questo caso è minimizzare il pagamento delle tasse, che negli Usa sono il 35% dei profitti aziendali, il livello più alto al mondo. Apple, per esempio, tiene solo il 12% della sua liquidità negli Stati uniti, mentre ha quasi 137,7 miliardi di dollari Oltreoceano, un mare di liquidità che continua a crescere grazie ai lauti profitti realizzati con la vendita di iPhone e altri prodotti. La stessa politica di Apple viene seguita da altri giganti dell’high-tech come Microsoft, Ge, Ibm, Cisco, Google, Hp e Oracle (vedere tabella) e la maggioranza delle imprese molto attive all’estero.
«Se abbassiamo le tasse sui profitti aziendali, possiamo riportare a casa quei soldi e vedere un boom economico nel nostro Paese senza precedenti», ha detto la settimana scorsa il senatore repubblicano Rand Paul, annunciando che farà di tutto per varare una riforma fiscale nel 2015 grazie alla maggioranza conquistata dai Repubblicani sia al Senato sia alla Camera.
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