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I soci privati convincono Mediobanca

Non un fulmine a ciel sereno, perchè a dar fuoco alle polveri, proprio il giorno dell’assemblea annuale di Generali, era stata un’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Leonardo Del Vecchio che aveva fatto molto rumore. In sostanza, senza mezzi termini, il patron di Luxottica sollecitava le dimissioni “spontanee” di Perissinotto. Parlava per sè, da imprenditore che si è fatto da solo e che sulla partita ha perso la bellezza di 500 milioni, ma il suo malumore era comune a quello degli altri soci privati entrati nel capitale della compagnia a partire dal 2007 che avevano visto tracollare il valore dell’investimento di pari passo con la parabola del titolo.

Se questa è la “colpa” imputata all’ad di Generali, al vertice delle maggiori società di Piazza Affari – settore della moda escluso – probabilmente non si salverebbe più nessuno, perchè dal 2007 è venuto giù il mondo. Ma Del Vecchio nello specifico ha puntato il dito contro una serie di operazioni che non aveva condiviso da consigliere (dal board è uscito poi in silenziosa polemica) e non condivide da socio forte del 3%: l’investimento nell’area “geopolitica” della Russia, la joint-venture nell’Europa dell’Est con il finanziere ceco Petr Kellner, Telecom. Argomenti in qualche modo confutabili, perchè per esempio la joint con Kellner sotto il profilo assicurativo è una delle operazioni più redditizie del reticolo internazionale del Leone. Su Telecom, costata plurime svalutazioni, l’ingresso in Telco, di fatto sollecitato da esigenze di “sistema” (assicurare in mani italiane, ancora una volta, l’azionariato dell’ex monopolista privatizzato delle tlc) ha avuto l’effetto di limitare la libertà di movimento su una partecipazione che comunque era già nel portafoglio di Generali, cosa che in teoria avrebbe dovuto essere compensata dal “premio di maggioranza”.

Però di fondo c’è l’accusa a una gestione troppo centrata sui poteri del group ceo, ancorchè fosse stata confezionata ad hoc – dopo la tumultuosa uscita di scena di Cesare Geronzi, “dimissionato” dalla presidenza – da quegli stessi soci che oggi chiedono la testa del manager al quale avevano aumentato le deleghe. Con l’avvertimento però che da allora in poi non ci sarebbero stati più alibi se i risultati della gestione non fossero stati soddisfacenti.

L’insoddisfazione non è calata, nonostante il clima più disteso al vertice delle Generali, e l’uscita di Del Vecchio ne è stata solo la spia. I soci privati erano pronti a porre il caso già al precedente consiglio, ma i tentativi di ricomporre la situazione avevano frenato sulla richiesta di ricambio. Alla fine, sulla linea portata avanti dal gruppo di azionisti che si era fatto promotore, insieme a Mediobanca, di un rinnovamento della governance, si è ritrovato (ma FonSai non c’entra nulla) lo stesso istituto di Piazzetta Cuccia, che è tuttora e pur sempre il primo singolo azionista. Spostando così il piatto della bilancia a favore della svolta. La lettera di convocazione del consiglio straordinario è stata inoltrata ieri all’ora di pranzo dal presidente Gabriele Galateri: la conta preliminare assegnerebbe una maggioranza di undici sì su 17 ai sostenitori del cambio alla guida della compagnia. Nonostante i contatti che ieri sono stati frequenti tra Del Vecchio e Diego Della Valle, l’imprenditore Tod’s che siede nel board come indipendente non si sarebbe convinto di far venir meno il sostegno espresso a Perissinotto anche a margine dell’ultima assemblea. Sul fronte del no sarebbero schierati anche Kellner e Alessandro Pedersoli. Tra i favorevoli invece anche il vice-presidente Vincent Bolloré.

Qualcuno parla di una rosa di tre nomi per la sostituzione dell’ad, ma c’è chi si dice certo che la scelta convergerà su Greco. Domani si vedrà.

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