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I Servizi nelle banche dati italiane in sei mesi oltre 300mila accessi

ROMA — Il Governo e i Servizi italiani erano a conoscenza delle routine aggressive della Nsa americana nell’acquisizione di “mega dati” del traffico telefonico del nostro Paese? E se lo erano, ne sono stati complici o vittime quiescenti? I nostri Servizi contribuiscono alla raccolta di quei dati che riguardano la privacy dei cittadini? Come è stato possibile che la sicurezza delle nostre ambasciate di Washington e New York sia stata sistematicamente violata con ascolti abusivi dell’Intelligence americana? La ricaduta italiana del “datagate” si fa sempre più tangibile. Le domande si moltiplicano e, soprattutto, il quadro si complica. Non poco. E in un giorno non qualunque, dal momento che oggi alle 12 il direttore del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza, Giampiero Massolo, verrà ascoltato dal Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui Servizi.
L’imbarazzo palpabile del Governo di fronte allo stillicidio di rivelazioni sul ruolo aggressivo e abusivo svolto dalla Nsa, la timidezza e la genericità con cui sono state chieste “spiegazioni” da Palazzo Chigi all’Amministrazione Obama, consegna infatti la nostra intelligence a un limbo che rischia di suonare o comunque apparire reticente. Soprattutto alla luce di un dato che, al netto delle questioni che riguardano la Nsa, ha a che vedere con gli accessi che i nostri Servizi, in forza del decreto Monti sulla prevenzione della minaccia cibernetica, hanno effettuato nei primi sei mesi di quest’anno nelle grandi banche dati nazionali. Trecentomila, secondo quanto risulta dai dati trasmessi dagli stessi Servizi al Copasir. Un numero significativo, di cui, oggi, Claudio Fava, parlamentare di Sel e componente del Copasir, è intenzionato a chiedere con forza conto. «Cercherò di capire dall’ambasciatore Massolo — dice — la ragione per la quale è stato necessario che, in soli sei mesi, la nostra intelligence abbia compiuto un numero di accessi di questa portata alle banche dati strategiche del nostro Paese in assenza di qualsiasi minaccia cibernetica. A cosa sono serviti quei dati? Li abbiamo forse scambiati con il nostro alleato americano? Al direttore del Dis chiederò poi come è possibile che un Paese come l’Italia, così attento alla minaccia cibernetica da far approvare a un governo dimissionario un decreto che autorizza convenzioni di cui nulla il Parlamento ha saputo se non grazie a un’inchiesta di Repubblica, si lasci poi bucare così facilmente dal suo principale alleato».
Ebbene, in attesa di Massolo e soprattutto del Governo (che sull’intera vicenda del datagate italiano dovrebbe rispondere nei prossimi giorni in Parlamento), le parole di Fava trovano, ancora in queste ore, risposte felpate. «Sui nostri accessi alle banche dati, resta fermo quanto abbiamo già spiegato a Repubblica nella sua inchiesta — dice una fonte qualificata della nostra intelligence — Vale a dire che non scambiamo dati sulla privacy dei cittadini. Quanto invece alle rivelazioni di Snowden circa l’acquisizione dei megadati del traffico telefonico italiano e l’ascolto delle nostre rappresentanze diplomatiche, quello che si può dire è che parliamo di qualcosa che è tecnicamente possibile. Ancorché improbabile ». «Siamo prudenti — aggiunge la stessa fonte — perché fino a quando non avremo compreso se quel che viene denunciato è accaduto e in che modo, non intendiamo prestarci a operazioni di disinformazione. Quello dell’intelligence è un mondo di specchi. E non è detto che tutto quel che appare sia vero». È un fatto che, da domenica sera, il Dis, attraverso Aise e Aisi abbia avviato un verifica puntuale di tutti i sistemi di comunicazione “criptati” e non delle nostre rappresentanze diplomatiche per verificare possibili falle o intrusioni. Ed è un fatto che la nostra Intelligence abbia comunque deciso — in attesa di una spiegazione americana, di cui, a ieri, non era stato indicato neppure genericamente un termine — di verificare se l’acquisizione dei mega dati del traffico telefonico italiano sia avvenuta con un intrusione nei cavi a fibra ottica che lo veicolano e di cui, fuori dai nostri confini, a nord e a sud, è possibile agganciare quello che, tecnicamente, viene definito il “codice sorgente”. La chiave di accesso.

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