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I ricchi mantengono i figli over trenta

“Bamboccioni” più tutelati se sono figli di ricchi. O, almeno, di benestanti.
Il filo rosso che lega le sentenze sul mantenimento dei figli maggiorenni è sempre più evidente: le buone condizioni economiche dei genitori, infatti, costituiscono un criterio di lettura di tutte quelle sentenze (e non sono poche) che giustificano il protrarsi dell’obbligo di sobbarcarsi gli eredi nelle ipotesi in cui questi ultimi, ancorché anagraficamente adulti (dai 26 ai 35 anni), siano ancora impegnati negli studi universitari o comunque non guadagnino abbastanza.
Una serie di sentenze, di merito ma soprattutto di legittimità, relative a casi di assegno di mantenimento in favore dei maggiorenni posto a carico del genitore separato o divorziato, ha ora ulteriormente rafforzato questa tendenza, già espressa negli ultimi anni.
La decisione capostipite (Cassazione, 16 marzo 2004, n. 5317) fu quella sul figlio ventottenne di un notaio a cui venne riconosciuto il mantenimento nonostante una carriera universitaria non propriamente brillante: otto gli anni di iscrizione, altrettanti gli esami sostenuti. Ce n’è abbastanza per rispolverare il “bamboccione” di Padoa Schioppa, ma il papà benestante non poté disinteressarsene dal punto di vista economico. E questo sulla base del presupposto che, ove la famiglia non fosse entrata in crisi, i figli sarebbero stati mantenuti senza dar peso alla loro età anagrafica per consentirgli di avere più chance di realizzarsi professionalmente.
L’importanza assunta dal l’agiatezza della famiglia di origine si coglie anche quando la Suprema corte afferma che il figlio maggiorenne non perde il diritto al mantenimento se rifiuta una sistemazione lavorativa non adeguata rispetto a quella cui la sua specifica preparazione, le sue attitudini e i suoi effettivi interessi siano rivolti, quanto meno nei limiti temporali in cui queste aspirazioni abbiano una ragionevole possibilità di essere realizzate e sempre che l’atteggiamento di rifiuto sia compatibile con le condizioni economiche della famiglia (Cassazione, 24 settembre 2008, n. 24018).
Venendo a una serie di sentenze più recenti, si può rilevare che la giurisprudenza:
– ha riconosciuto il diritto al mantenimento in favore della figlia trentacinquenne dei coniugi separati (Cassazione, 8 febbraio 2012, n. 1773);
– ha ritenuto non indipendente economicamente la figlia ventiseienne laureata in fisica nucleare e che aveva superato l’esame di dottorato di ricerca, percependo una borsa di studio di 800 euro mensili; considerate, per un verso, la temporaneità dell’importo economico conseguito (correlato al tempo definito del dottorato di ricerca), e, per altro verso, le incrementate e presumibili necessità della figlia stessa, diventate ancora più incisive per effetto della sua dedizione agli studi postuniversitari (Cassazione, 15 febbraio 2012, n. 2171);
– ha ritenuto che la retribuzione di 500 euro mensili che la figlia ventiquattrenne ricava dall’attività lavorativa di impiegata part time, con contratto a progetto, fosse inidonea a consentirne l’autosufficienza economica (Cassazione, 30 marzo 2012, n. 5174);
– ha riconosciuto l’assegno di mantenimento in favore della figlia trentaquattrenne, studentessa universitaria, ampiamente fuori corso a giurisprudenza (Corte di appello di Napoli, 18 marzo 2011).
Dall’esame di queste pronunce risulta, ancora una volta, che l’età del figlio maggiorenne non è sufficiente, di per sé, a escluderne automaticamente il diritto al mantenimento, non potendosi desumere la colpa del mancato conseguimento dell’indipendenza economica solo dal l’età non più “giovanile”.

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