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I problemi di salute giustificano la «svendita»

Nella cessione di azienda i problemi di salute dell’imprenditore che lo inducono a vendere l’azienda costituiscono ragione più che valida per motivare un valore di vendita inferiore rispetto a quello determinato in via definitiva per l’imposta di registro. Tale valore definitivo, infatti, non può essere utilizzato automaticamente dall’amministrazione per l’accertamento della plusvalenza.
A precisarlo è la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 20427 depositata ieri.
A un contribuente era contestata dall’Agenzia una maggiore plusvalenza, ai fini Irpef, nella cessione di azienda sulla base del valore determinato in via definitiva ai fini del registro.
Il contribuente proponeva ricorso evidenziando, in estrema sintesi, di aver venduto ad un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato, rilevante per l’imposta di registro, per le cattive condizioni di salute che lo avevano indotto a disfarsi dell’azienda. La Ctp e la Ctr condividevano la tesi del contribuente e quindi annullavano la pretesa dell’Ufficio, il quale, però, ricorreva in cassazione.
In particolare lamentava che la commissione regionale aveva erroneamente ritenuto che il valore dell’avviamento dell’azienda dovesse essere determinato in base a quanto dichiarato nell’atto di compravendita senza quindi considerare le risultanze ai fini del registro.
La Suprema Corte ha respinto il ricorso.
Secondo i giudici di legittimità, in tema di accertamento del reddito, il valore di mercato determinato in via definitiva in sede di applicazione dell’imposta di registro può essere legittimamente utilizzato dall’amministrazione come dato presuntivo per la plusvalenza realizzata dal contribuente a seguito della medesima cessione di azienda.
È onere dello stesso contribuente superare detta presunzione di corrispondenza di valore di mercato e prezzo incassato mediante la prova, anche con il ricorso a elementi indiziari, di avere in concreto venduto a un prezzo inferiore.
Nella specie, secondo la Suprema Corte, la Ctr ha correttamente escluso la corrispondenza tra i due valori in considerazione delle comprovate cattive condizioni di salute del contribuente che lo hanno indotto a cedere l’azienda.
La vicenda da cui scaturisce la pronuncia è comune a molti contribuenti in quanto è ormai prassi consolidata degli uffici in presenza di cessione di azienda, terreni, eccetera, determinare la plusvalenza ricorrendo al valore definitivo ai fini del registro.
La Suprema Corte continua a ribadire che il contribuente può ben motivare tale differenza solo che, come nella specie, gli uffici – di sovente – non tengono in alcuna considerazione le giustificazioni addotte.
Da qui la necessità di affrontare un lungo contenzioso con le conseguenti spese.

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