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I piccoli gesti di cortesia che abbiamo dimenticato

L’altro giorno, salendo su un autobus della linea 70 in via Imbonati, sento che l’autista saluta qualcuno ad alta voce: «Buongiorno! ». Immagino che il saluto sia rivolto a qualcuno che conosce, un viaggiatore abituale. Ma alla fermata successiva, di nuovo l’autista rivolto a chi sale: «Buongiorno!». Saluta anche quelli che scendono. Non è un saluto a voce troppo alta, non sta facendo lo spiritoso. No, il tono è cordiale ma non sopra le righe. Un normale, cordiale saluto. L’autista è sui 35-40, una bella faccia, a volte accenna un sorriso.
Le reazioni dei passeggeri sono di vario tipo. C’è chi resta spiazzato, e non sa come comportarsi. Qualcuno lo guarda con una certa diffidenza, come se avesse a che fare con uno strano. Molti però ricambiano: «Buogiorno a lei». Qualcuno si capisce che è già passato attraverso questo esperimento. Sì, perché l’autista ha deciso che in questa città non ci si saluta abbastanza, che siamo tutti troppo chiusi e di malumore, troppo disabituati a entrare in relazione con gli sconosciuti. Bene, quell’autista ha perfettamente ragione. Basta veramente molto poco per incrinare, anche se solo per un istante, il muro che ci divide. Un saluto, un sorriso gratuito, un piccolo gesto di cortesia come cedere il passo o il posto a sedere. Poi qualcuno può anche pensare che la cortesia possa essere un atteggiamento artificioso, senza valore. Io non credo che sia così. Ci sono città d’Italia, e Paesi nel mondo, dove le persone sono molto più cordiali e sorridenti della media milanese. Ci vuole davvero poco per cambiare, come ha capito quel simpatico autista della 70.
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