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I Piccoli non temono più gli studi di settore

di Dario Di Vico

Dopo un anno gli studi di settore tornano alla ribalta delle cronache. Il clima è decisamente più favorevole di due semestri fa quando sembrava che la Grande Crisi avesse messo irrimediabilmente in discussione questo strumento di accertamento dei redditi da lavoro autonomo. E scavato un solco tra artigiani e commercianti da una parte e l'erario dall'altra. Per tutta la prima parte del 2010, nelle assemblee degli artigiani ribelli e nelle prese di posizione delle organizzazioni che avrebbero dato vita a Rete Imprese Italia, gli studi di settore (assieme alle banche) erano stati i grandi imputati. L'accusa sosteneva come si fossero rivelati utili negli anni della crescita ma che avessero mostrato la corda di fronte alla recessione più dura. Le proteste avevano così conquistato il campo che persino il Pd a un certo punto chiese l'abolizione degli studi di settore, in aperta contraddizione con l'opinione di organizzazioni come Cna e Confesercenti ex «costole della sinistra» . Esame di maturità Come accade in questi casi a sciogliere i dubbi è stata la realtà di tutti i giorni. Concertati con l'agenzia delle Entrate alcuni correttivi, gli studi di settore alla fine hanno superato l'esame di maturità. Secondo un'indagine portata a termine dalla Cna su più di 32 mila imprese la percentuale dei soggetti ritenuti in regola (congrui) nell'accertamento dei redditi dell'anno 2009 -quello horribilis -è stata del 68%con un incremento dell'8%rispetto all'anno precedente. Il 27%delle imprese del campione Cna ha raggiunto la congruità proprio in virtù dei correttivi congiunturali adottati mentre il 41%, pur non raggiungendola, ha visto una riduzione del ricavo stimato. L'incremento delle aziende in regola ha riguardato tutti i settori di attività: i professionisti (+7%), i manifatturieri (+3%) e i commercianti (+3%). I risultati dunque hanno dunque dato ragione a quanti non avevano voluto decretare la morte prematura dell'esperienza degli studi e avevano sostenuto che la loro sospensione avrebbe generato una pericolosa deregulation. Passata la paura gli studi ora affrontano un nuovo esame. In questo caso stiamo parlando dei redditi dell'anno 2010 che sicuramente non sono paragonabili a quelli del precedente/disastroso anno, ma non sono neppure ricavi che testimoniano un'inarrestabile ripresa del business. Ci sono luci e ombre e le differenze dipendono dal fatto che un'impresa artigiana sia inserita in una filiera export o, come nel caso dell'edilizia, lavori per il mercato interno. Come regolarsi dunque in una situazione migliore del 2009 ma comunque assai differente da attività ad attività? La scelta che l'agenzia delle Entrate ha fatto insieme con Rete Imprese Italia e tutte le altre organizzazioni presenti nella «Commissione degli esperti» è stata quella di ricorrere anche per i ricavi 2010 al sistema dei correttivi. Non fotocopiando il metodo usato dodici mesi prima ma procedendo «in modo selettivo e differenziato» , come recita il verbale conclusivo della commissione. Il tutti in un clima molto più disteso e non condizionato stavolta dalla protesta della base e dei territori. Una prima riunione tra i responsabili della Sose, la società che opera per conto del fisco e le associazioni di categoria si è tenuta nei giorni scorsi e altre ne seguiranno. Due correttivi sono già stati individuati per quest'anno: una valutazione più attenta delle scorte di magazzino per monitorare le perduranti difficoltà di mercato e una revisione dell'incidenza dei costi fissi rappresentati dai beni strumentali. Un terzo correttivo deve essere ancora perfezionato ma dovrebbe interessare tutto il «popolo degli studi di settore» . Si cercherà di capire i casi in cui la rigidità della struttura produttiva ha in qualche maniera amplificato gli effetti perversi della crisi. Per quanto riguarda i professionisti si dovrebbe adottare un meccanismo che rapporta il numero delle prestazioni effettuate nel corso dell'esercizio al fenomeno dei pagamenti ritardati o addirittura mancati da parte dei clienti e, segnatamente, della pubblica amministrazione. Novità 2011 Tutto in discesa dunque il 2011 degli studi? Non è detto, perché quest'anno i contribuenti si troveranno a fare i conti con una novità, il redditometro. Con la manovra estiva di finanza pubblica del 2010 è stato introdotto un nuovo strumento di accertamento del reddito che collega lo stile di vita delle persone fisiche e delle famiglie alla dichiarazione dei redditi. In passato, fino al 2008, c'era stata da parte dell'erario italiano un'esperienza analoga ma limitata a 40 mila soggetti pre-selezionati. Ora la platea stimata per questo accertamento è assai più vasta: 41 milioni di contribuenti più gli evasori totali, ovvero tutti i contribuenti Irpef, lavoratori dipendenti o autonomi che siano. Il redditometro si avvarrà di informazioni provenienti da svariate banche dati e quindi potrà fotografare acquisti di immobili e auto, viaggi, polizze di assicurazione, scuole private e così via. E dal 2011 verranno inclusi anche tutti gli acquisti di importo superiore ai 3.600 euro. Il fisco ha previsto dal prossimo giugno di diffondere ai contribuenti via Internet un apposito software che metterà in grado ciascuno conoscere in anticipo le conclusioni a cui è arrivato il redditometro, spingendo così all'adempimento spontaneo tutte le persone fisiche, al pari degli studi di settore. La preoccupazioni delle organizzazioni del commercio e dell'artigianato riguardano le difformità che si potranno verificare tra la metodologia di accertamento prevista dagli studi di settore e il nuovo redditometro, considerata anche la franchigia d'esonero pari al 20%del reddito. Non basterà dunque la dichiarazione di congruità? Ci potranno essere successive rettifiche da parte dell'amministrazione erariale? E'chiaro che il redditometro si presta a focalizzare situazioni che potremmo definire di «imprese povere e proprietari ricchi» , di evidenti contraddizioni tra le attività economiche scarsamente patrimonializzate e uno stile di vita hollywoodiano da parte dei padroni. Ma, a parte i casi più stridenti e ingiustificati, le organizzazioni delle piccole imprese chiedono all'amministrazione di agire con cautela. Reddito d’impresa Ci possono essere casi di acquisti o investimenti personali che non sono stati finanziati evadendo il fisco ma possono essere frutto più semplicemente del diverso criterio con cui si determina il reddito di impresa. Ammortamento dei beni strumentali, trattamento di fine rapporto dei propri dipendenti, accantonamento ai fondi rischi, sono solamente alcune delle cause che abbattono il reddito, ma non le finanze delle imprese e che, pertanto, possono spiegare tali differenze. Si tratta di elementi che, allo stato, la norma fiscale non ammette come prova contraria. L'eventuale difformità del reddito dichiarato oggi può essere spiegata solo da donazioni ricevute, di debiti contratti con le banche, di redditi finanziari già tassati alla fonte oppure più semplicemente di risparmi degli anni passati. Andrebbe quindi, a giudizio dei rappresentanti delle Pmi, ampliata la gamma delle prove che il contribuente può esibire per contestare l'eventuale verdetto del redditometro e un suo scostamento rispetto alle conclusioni a cui è pervenuto lo studio di settore. Maggiori garanzie, chiedono dunque le organizzazioni dei Piccoli e su questi temi il confronto, o se preferite la partita con il fisco è solo al fischio d'inizio.

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