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I piani di Elkann e Marchionne per la Rossa

Appena il 13 ottobre scorso John Elkann, presidente di Fiat Chrysler, saliva con la moglie Lavinia Borromeo e i figli Leone e Oceano sul balconcino del floor della Borsa di New York per suonare la campanella di chiusura, nel primo giorno di contrattazioni di Fca a Wall Street. Entro un anno potrebbe ritornarci per la quotazione della Ferrari, come costola del colosso automobilistico guidato da Sergio Marchionne.
L’annuncio della scissione della casa di Maranello dall’ex Lingotto è un evento «storico», ha detto il presidente di Fca e di Exor, la holding che ha il 30% del gruppo automobilistico. Ora le due società vivranno di vita propria e saranno autonome. Come ha detto Marchionne, che resterà presidente a Maranello, Ferrari «sarà valutata come merita come produttore di auto di lusso».
Lo strumento della scissione non è una novità per Marchionne: l’aveva già utilizzato in Fiat nel 2010 per separare il business automobilistico dai veicoli industriali (macchine agricole, camion eccetera), separando da Fiat l’attuale Chn Industrial. E infatti adesso Exor controlla il 30% della prima e il 27% della seconda. Anche quella operazione venne spiegata con la necessità di far emergere il valore inespresso delle varie componenti del gruppo.
Con Ferrari si punta a realizzare la stessa cosa. Lo sbarco in Borsa — assistito da Jp Morgan, che già a inizio settembre parlava di Ferrari come un asset «valorizzabile e monetizzabile» — avverrà nel 2015. Exor si prepara a non diluirsi nell’azionariato investendo circa 600 milioni nel bond convertendo di Fca da 2,5 miliardi di dollari che è propedeutico alla scissione di Ferrari. Alla fine a Wall Street il 10% di Maranello sarà (com’è ora) di Piero Ferrari, il 24% circa di Exor, il resto — se sottoscriveranno il bond — agli attuali azionisti di Fca, compresa la Banca centrale della Cina, ora socio al 2%.
Lo scorso 10 settembre alla conferenza stampa per spiegare la repentina uscita di Luca Cordero di Montezemolo dal gruppo, Marchionne aveva detto che la quotazione di Ferrari era «un’ipotesi che non esiste. Non è sul tavolo. E comunque la responsabilità di scelte strategiche come l’aumento di capitale di Fiat Chrysler o l’Ipo Ferrari sono del consiglio di Fca. Prima se ne discute lì dentro e poi sui giornali». Ma il mercato aveva comunque speculato su una mossa simile.
Per gli analisti di Mediobanca «la decisione era la più strategica di tutte», scrivevano il 22 settembre scorso. «Exor apprezzerebbe lo spin off perché Ferrari è l’asset perfetto per una società di famiglia: alto e costante flusso di dividenti, visibilità di lungo termine garantita da un brand immortale». La stima era di circa a 10 volte il margine operativo lordo, «dunque tra 7 e 9 miliardi di euro» anche se Ferrari potrebbe arrivare a multipli più alti dato «lo status di esclusività». «Tuttavia per una valutazione accurata servirebbero «più indicazioni» sugli aspetti finanziari: «Da dove arrivano i ricavi, quanto pesa il merchandising e quanto può essere ancora sfruttato, quanto costa la Formula 1 e altre domande simili».
La gestione industriale resterà comunque nelle mani di Marchionne, che ieri non ha sciolto i dubbi sul possibile incremento della produzione, ora ferma a 7 mila vetture per mantenere la esclusività. Ma il futuro della strategia è in mano alla famiglia Agnelli, che attualmente dispone di una potenza finanziaria di quasi 3 miliardi di euro. Tanto basta per far ripartire le speculazioni sulla costruzione, attorno al marchio del cavallino rampante, di un polo del lusso centrato sulla italianità dell’azienda.

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