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I pegni e i misteri degli immobili Mps

Funziona così: presti i soldi a chi ti compra gli immobili e poi racconti al mercato e alla Borsa che hai fatto cassa vendendo palazzi. Ma sorvoli sul finanziamento.
Il termine non è tecnico ma all’interno di Montepaschi Capital Services, la banca del gruppo senese dedicata alle imprese, la chiamano «operazione con l’elastico», cioè di quelle che prima o poi i nodi vengono al pettine. Una specialità della casa. E il riferimento non è generico ma a una società ben precisa che rappresenta una specie di bonsai di tante operazioni del gruppo Mps post-Antonveneta, cioè di cinque anni di disperata ricerca di equilibrio patrimoniale.
Si chiama Valorizzazioni immobiliari (Vim) ed è un nome non azzeccatissimo per un’azienda che dopo aver rilevato da Banca Mps un portafoglio di immobili da oltre 100 milioni ne ha venduti circa la metà sempre in perdita.
In Mps Capital la conoscono bene perché è un loro cliente, l’hanno finanziata, da poco avrebbero deciso di rifinanziarla e ne hanno in pegno il 100% del capitale. Vuol dire che se gli azionisti di Vim non fanno fronte ai loro impegni scattano tutte le conseguenze del caso, dalla messa in mora all’escussione del pegno fino alla richiesta di fallimento.
Già, ma chi sono gli azionisti di Vim che nel 2008 comprarono da Banca Mps 188 immobili non strumentali all’attività bancaria, finanziandosi in larga parte con i soldi di Mps Capital? Il 50% di Vim è in mano alla Sansedoni Siena, ovvero la management company che fa capo alla Fondazione Mps ma per un 22% anche alla banca Mps. Non è un caso isolato di incesto finanziario ed è simile all’operazione Mps-Eurocity-Casal Boccone (Corriere del 27 marzo 2012).
Sembra di vederlo il povero funzionario della Mps Capital che, in caso di ipotetica inadempienza, deve spedire una lettera di sollecito al suo capo in Banca Mps e agli azionisti in Fondazione minacciando azioni legali. Così tanto ipotetica? Non proprio, perché le perdite del 2011 (5 milioni) hanno ridotto all’osso il patrimonio ed è probabile che i soci debbano rinunciare a una parte del loro finanziamento. «I soci»: quindi chi è l’altro oltre a Sansedoni-Fondazione Mps che ha il 50% di Vim? Qui entra in gioco anche il «fattore S» (sfortuna) nella scelta di tempo.
L’acquisizione di Antonveneta per quasi 10 miliardi è di fine 2007 e come tempismo è paragonabile all’acquisto di una villetta con giardino a Fukushima nel febbraio 2011.
La joint venture Vim per rilevare un portafoglio di immobili di Banca Mps venne chiusa poco dopo, nel luglio 2008. Nel comunicato diffuso in Borsa il partner al 50% era definito «leader della finanza globale per capacità innovativa, risponde alle esigenze di aziende, governi e amministrazioni, clienti istituzionali e high-net-worth-individuals a livello mondiale».
Lehman Brothers e la sua «capacità innovativa» si sono squagliati dopo appena due mesi nel più grande crac della storia.

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