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I paletti dei giudici sugli avvisi sprint

Non sempre l’amministrazione deve rispettare i 60 giorni dal termine del controllo per emettere l’atto di accertamento, con la conseguenza che le garanzie di contraddittorio preventivo, in queste ipotesi, possono venire meno senza che sia possibile ottenere l’illegittimità dell’atto.
L’articolo 12 dello Statuto del contribuente, al comma 7, prevede che l’avviso di accertamento non possa essere emesso prima che siano trascorsi 60 giorni dal rilascio del processo verbale di chiusura delle operazioni, salvo casi di particolare e motivata urgenza (entro 60 giorni, infatti, il contribuente può comunicare agli uffici osservazioni e richieste).
La casistica che si può prospettare è variegata e se da un lato, il contribuente-ricorrente rileva ogni occasione per eccepire in contenzioso l’invalidità dell’atto emesso in violazione del termine dilatorio, dall’altro, l’Agenzia tenta di difendere il suo operato.
Una delle principali situazioni di contrasto tra Fisco e contribuente, riguarda il rispetto della garanzia nelle attività di controllo senza accessi. Si tratta, ad esempio, degli accertamenti bancari o da redditometro, avviati con l’invio di un questionario.
In seguito alla fase istruttoria, durante la quale potrebbero essere redatti verbali di contraddittorio, difficilmente è emesso un verbale di chiusura delle operazioni. Quindi il contribuente non conosce l’esistenza e la natura delle violazioni fino alla notifica dell’accertamento e che non esiste un termine iniziale da cui far decorrere i 60 giorni previsti.
Tuttavia, è abbastanza frequente che i ricorrenti che intendano eccepire la nullità calcolino i 60 giorni dall’ultimo verbale di contraddittorio redatto. L’ufficio, in queste ipotesi, difende il suo operato rilevando innanzitutto la non applicabilità dell’articolo 12, poiché si tratta di un controllo senza accesso e, in secondo luogo, tentando di provare l’esistenza di valide ragioni di urgenza.
L’orientamento della giurisprudenza di legittimità è abbastanza univoco nel sostenere che, in presenza di una valida ragione di urgenza, l’atto sia valido, a prescindere che questa sia stata espressamente indicata nell’accertamento.
L’Agenzia ravvisa spesso questa urgenza nell’imminente scadenza del termine per la notifica dell’accertamento.
Tuttavia, perché l’atto non sia illegittimo, l’ufficio deve dimostrare che al momento dell’emissione, c’erano fondati pericoli di perdita del credito erariale, e rischi legati alla consumazione di reati tributari. In caso contrario, infatti, si manifesterebbe solo il risultato di una errata o tardiva pianificazione delle verifiche.
Alla luce di queste considerazioni, riassumendo il parere dell’Agenzia, le garanzie di contraddittorio previste dall’articolo 12 spettano al contribuente solo in occasione di una verifica avviata con l’accesso e solo quando non esistono motivate ragioni di urgenza. Per la sentenza 138/03/2014 della Ctp Reggio Emilia, qualora il contribuente depositi le memorie nei 60 giorni, l’Agenzia deve fornire adeguata replica nell’accertamento, ben diversa da formule di stile generiche. In mancanza, l’atto impositivo dovrà essere considerato nullo per difetto di motivazione.
La pronuncia a Sezioni unite 18184/2013 ha affermato che il diritto al contraddittorio è diretta applicazione dei principi costituzionali di buon andamento e imparzialità dell’amministrazione (articolo 97 della Costituzione), di capacità contributiva (articolo 53) e di uguaglianza, intesa sotto il profilo della ragionevolezza (articolo 3).
A fronte di questi principi, però, pare che l’assenza di un accesso sia motivo di per sé sufficiente per emettere un avviso di accertamento senza consentire al contribuente di motivare adeguatamente le sue ragioni.
Questo va a discapito della stessa azione di controllo. Non sono rari, infatti, i casi in cui, in seguito all’emissione di un accertamento bancario, l’ufficio annulla (anche parzialmente) in autotutela la pretesa, perché ulteriormente documentata dal contribuente, magari con la costituzione in giudizio. In queste ipotesi, sarebbe sufficiente informare il contribuente di quanto ritenuto non giustificato, per concedergli un’opportunità di difesa.

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