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I nuovi vincoli di Bruxelles Più riforme, ma meno austerità

In base alla legge, il 10 aprile il governo dovrebbe approvare il prossimo Documento di programmazione economica e finanziaria. A fine aprile dovrebbe quindi mandare a Bruxelles un piano di Stabilità perché la Commissione europea e agli altri governi lo valutino. Sono entrambi piani sui quali il lavoro dovrebbe essere già iniziato: si tratta documenti di decine di pagine, pieni di dati e tabelle per dare un indirizzo alla politica economica almeno sui prossimi tre o quattro anni.
Ad oggi nessuno sa dire se le scadenze saranno rispettate. Potrebbe occuparsene l’esecutivo attuale, nel caso in cui sia ancora in carica per gli affari correnti tra qualche settimana. Probabile però che i ministri e il premier uscenti non abbiano intenzione di vincolare il Paese su impegni che riguardano un futuro in cui loro non saranno al timone. Dunque in mancanza di una soluzione politica, dal prossimo mese una mano sul timone non ci sarà. Uno Stato debitore di duemila miliardi di euro, in recessione da quasi due anni, starà navigando ufficialmente a vista.
Ciò che preoccupa gli osservatori, dentro e fuori dalle istituzioni, non è ovviamente l’infrazione ai riti del calendario. Né tanto la violazione di legge, che in realtà vincola il governo ad alcune date precise. Ciò che preoccupa è la sostanza: gli ultimi giorni non hanno mostrato gli stessi timidi segni di stabilizzazione che invece si vedono in Spagna. Il deficit pubblico a Roma è più basso di quello di Madrid, ma ai dati sul 2012 quello italiano è più alto delle attese (al 3% del Pil) mentre il secondo ha sorpreso al ribasso (6,7%). Tendenze simili si vedono anche sulla disoccupazione, che in Spagna in questi ultimi mesi sale più lentamente di prima mentre in Italia continua ad crescere a gran ritmo. In parte anche per questo, non solo per l’impatto delle elezioni, nell’ultimo mese i due Paesi mediterranei hanno preso strade diverse. La Spagna ha ridotto lo spread fra i suoi titoli decennali e i Bund tedeschi e dopo i primi giorni ha anche evitato il contagio italiano del dopo-voto: oggi lo spread di Madrid è di circa 40 punti più basso di un mese fa. Per l’Italia è successo il contrario: lo spread sui Bund è salito di oltre 40 punti. Oggi i Btp italiani rendono appena 24 punti(0,24%) meno degli iberici. Sempre di più, gli investitori puntano al rialzo sui buoni del Tesoro di Madrid e al ribasso su quelli di Roma.
È difficile che in queste condizioni il prossimo governo possa allentare la pressione di Bruxelles per le riforme. Da mesi la Commissione e l’Eurogruppo dei ministri finanziari non esigono più dai Paesi in crisi troppa austerità, che li affonderebbe nella recessione. Il segnale è stato il silenzio-assenso sul deficit di Madrid al 6,7% del Pil. Ma, vista da Berlino o da Bruxelles, resta l’urgenza di un piano per rendere meno sclerotica l’intera economia italiana. Non appena potrà mettersi al lavoro, il prossimo governo italiano dovrà dunque fare i conti con ciò che gli verrà chiesto e ciò che potrà chiedere in Europa. E se sarà credibile nella propria azione di riforma — un «se» determinante — allora potrebbe a sua volta esercitare una pressione su Berlino. Non tanto per un allentamento del rigore di bilancio in Italia ma, piuttosto, per ottenere più sostegno alla crescita e all’export del resto d’Europa. Lo spazio c’è. Lo squilibrio fra export e domanda interna della Germania non è mai stato così ampio in tempi recenti come nell’ultimo anno: in piena recessione continentale, il surplus tedesco della bilancia delle partite correnti (ossia l’avanzo negli scambi di beni e servizi, più partite finanziarie) è addirittura cresciuto, caso unico in Europa, da 189 a 214 miliardi di dollari. La Germania consuma e compra dall’estero molto meno di quanto potrebbe in base al suo accumulo di risparmio e molto meno di quanto dovrebbe in un sistema finanziario internazionale equilibrato. Non solo: il surplus delle partite correnti dei Paesi di lingua tedesca, più gli scandinavi e l’Olanda, ha oggi raggiunto la colossale cifra di 500 miliardi di dollari l’anno. Benché la popolazione dei Paesi del Centro e Nord Europa sia di dieci volte minore, è una somma più alta anche rispetto al record storico di surplus della Cina, che per questo fu criticata dal G7 (Germania inclusa). Se solo una piccola parte di questa massa di risparmio dell’area tedesca venisse usata per importare di più dall’Europa del Sud, farebbe una differenza. Ci sarebbe un sostegno economico per compensare l’impatto recessivo delle riforme.
C’è dunque lo spazio perché l’Italia chieda qualcosa a Angela Merkel, magari assieme a Francia e Spagna. A patto che, ovviamente, a Roma prima o poi si trovi un governo capace di fare la sua parte.

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