Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

I nuovi migliori Paesi per produrre

Siete imprenditori e vi chiedete qual è il posto migliore dove andare a produrre? Facile, direte voi: è la Cina, la fabbrica del mondo. E invece no: quattro anni di tempo, e Pechino potrebbe perdere il suo primato. A sorpresa, il Paese migliore per aprire un capannone sarà la Polonia.
La notizia arriva dagli esperti dell’Intelligence Unit del britannico Economist e, come tutte le previsioni, va presa con le dovute cautele. Ma senza dubbio si tratta di una buona notizia, per i nostri imprenditori: la Polonia è un pezzo della Ue, ne condividiamo i regolamenti – ma non la moneta – e la sua vicinanza geografica ci farebbe risparmiare un sacco in termini di logistica e trasporti.
Intendiamoci: nessuno sostiene che nel 2018 i salari in Polonia (che oggi si aggirano intorno ai 930 euro lordi al mese) saranno in valori assoluti più bassi che in Cina. Significa piuttosto che nel 2018 Varsavia saprà offrire agli imprenditori il mix più competitivo tra costo del lavoro, produttività e rischi operativi.
Il ragionamento degli esperti britannici parte da un dato incontrovertibile della Cina di oggi: i salari nelle fabbriche del Dragone sono inesorabilmente in aumento. La forza lavoro è diventata via via più specializzata e competitiva. Gli operai cinesi sanno di essere meno sostituibili di un tempo e hanno imparato a combattere per i propri diritti, come dimostrano i crescenti scioperi che animano le fabbriche dell’Estremo Oriente. L’ultima ondata, quella di aprile-maggio, ha coinvolto i siti produttivi di grandi colossi mondiali del comparto calzaturiero come Adidas e Nike: l’aumento di stipendio richiesto dai lavoratori scesi in corteo era stato del 30 per cento.
Per fortuna, in Cina la crescita della produttività continuerà a essere superiore a quella dei salari. E questo farà ancora pendere la bilancia della competitività dalla parte della Cina. In compenso, però, ci sono altri fattori che renderanno il quadro operativo più difficoltoso per le imprese. Per esempio, la legislazione ambientale: a marzo il premier cinese Li Keqiang ha pubblicamente dichiarato guerra all’inquinamento, e questo potrebbe generare un extra-costo per i siti produttivi.
Sono fattori come questi – normativi, infrastrutturali, politici – che portano alla ribalta la Polonia. Mettendo insieme incremento del costo del lavoro, aumento della produttività e rischi operativi, infatti, la fotografia dei Paesi più convenienti si modifica. Secondo gli esperti dell’Eiu, però, Varsavia non sarà l’unica a insidiare il primato cinese nei prossimi quattro anni. Tra i Paesi vantaggiosi, infatti, ci saranno anche Taiwan, Messico e Perù (si veda il grafico a fianco). Per tutti e tre, come nel caso della Polonia, oltre alla stabilità politica e alla qualità delle infrastrutture, avrà un peso determinante la prossimità geografica con aree ad alta crescita e ad alti consumi: gli Stati Uniti, nel caso del Messico e del Perù; mentre nel caso di Taiwan sarà l’Asean, che riunisce una decina di Paesi del Sud-Est asiatico e che da gennaio 2015 diventerà un’unica area di libero scambio.
Hanno dunque sbagliato tutti coloro che in questi ultimi anni si sono precipitati a delocalizzare nei vicini asiatici di Pechino, come il Bangladesh, l’Indonesia o le Filippine? Dipende dall’obiettivo della delocalizzazione: no, se era per raggiungere i consumatori locali; sì, se è stata una mera ricerca del prezzo più basso. Per esempio, gli esperti britannici calcolano che i salari in Bangladesh stanno crescendo più velocemente che in Cina, ma rispetto a quella cinese la produttività aumenterà della metà. Altrettanto vale per Vietnam e Indonesia con l’aggravante, per la seconda, che l’apertura verso gli investitori esteri oggi è inferiore a quella cinese. Nelle Filippine, al contrario, i salari cresceranno decisamente meno che in Cina. Peccato però che anche la produttività sarà minore, il che rende la delocalizzazione in questo Paese molto meno interessante.
C’è un fattore, però, che potrebbe giocare a favore dei vicini asiatici di Pechino, ed è la (futura) comunità economica dell’Asean. Presi singolarmente, Paesi come la Thailandia, il Vietnam e la Malaysia non sanno mettere in campo quelle economie di scala necessarie a competere con la Cina. Ma se l’unione delle nazioni del Sud-Est asiatico saprà effettivamente ridurre a zero le tariffe degli scambi commerciali fra i dieci Paesi che ne fanno parte, potrà effettivamente svilupparsi una catena del valore in cui ciascun membro si specializza in un passaggio: Singapore come cuore della Ricerca e sviluppo, la Thailandia come centro produttivo, Myanmar come riserva di forza lavoro a basso costo. E a quel punto sì, che la fabbrica del mondo avrà un nuovo, grande competitor da battere.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Un voluminoso dossier, quasi 100 pagine, per l’offerta sull’88% di Aspi. Il documento verrà ana...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La ripresa dell’economia americana è così vigorosa che resuscita una paura quasi dimenticata: l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora prima che l’offerta di Cdp e dei fondi per l’88% di Autostrade per l’Italia arrivi sul ...

Oggi sulla stampa