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I nuovi ladri del Welfare

ROMA — Quasi trentamila morti chiedono ancora i sussidi sociali. Cinquecento sanissimi vivi vogliono dallo Stato rimborsi per spese mediche che non hanno mai sostenuto. E poi c’è quella pletora di famiglie benestanti che, non si sa come, riesce a mettere i figli all’asilo nido o a pagare meno tasse universitarie, nonostante il parco di suv e redditi reali a cinque zeri. Tutti ladri di welfare. Tutti che usano lo stesso grimaldello, il modellino Isee, e la stessa base, i Centri di assistenza fiscale. In Italia ce ne sono dovunque (83 sono quelli convenzionati con l’Inps), costituiti soprattutto dai sindacati, confederali e autonomi, e dalle associazioni degli artigiani. In questi uffici, tra persone in attesa, pc, luci al neon e scatoloni di carte, viene compilato ogni anno il 95 per cento delle dichiarazioni. Una pila da 15 milioni di pratiche. E dunque, secondo le ultime due relazioni dell’audit interno dell’Inps trasmesse alla Procura di Roma, ce ne sarebbero almeno 60 mila taroccate. Moduli truffaldini, con redditi autocertificati e verificati dai dipendenti Caf di molto inferiori a quelli reali, buoni per accedere alle agevolazioni previste per chi è in difficoltà economica. Ma come funzionano le truffe? Perché è possibile presentare domande false?
AFFARE DI FAMIGLIA
A Napoli l’operazione “Parafiscalia” condotta dagli uomini del Primo nucleo della Guardia di Finanza, che proprio un mese fa ha portato alla condanna in primo grado di sette persone (alcune per associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale), ha scoperchiato una realtà che era sotto gli occhi di tutti, e da tutti a lungo taciuta. Attorno alla figure di Gaetano Bosco, 57 anni, e di sua nipote Giuseppina, 32 anni, condannati a cinque anni e quattro mesi di carcere, era nato un Caf illegale e immaginario, che ha permesso a 700 persone di ottenere rimborsi per prestazioni mediche mai erogate. «I contribuenti infedeli — sintetizza un investigatore — si sono garantiti così una quattordicesima abusiva per tre anni».
I due complici, con l’aiuto di altri familiari e di un avvocato, stampavano fatture sanitarie fasulle, intestandole alle cliniche napoletane “Mediterranea” e “Villa del Sole”, inconsapevoli di che cosa stava accadendo. Ne hanno contraffatte per un controvalore di 15 milioni di euro. I documenti venivano allegati alle dichiarazione dei redditi 730 e poi spediti a due Caf convenzionati, “Acai dipendenti e pensionati srl” con sede a Roma (600 pratiche), e al “Fenapi per dipendenti e pensionati – Federazione nazionale autonoma piccoli imprenditori” (100 pratiche). «Solo il primo centro — scrivono i pm nell’ordinanza di custodia cautelare — ha richiesto l’esibizione della documentazione ». L’altro, il Fenapi, secondo la Procura non aveva nemmeno fatto il controllo preventivo sulla modulistica. Un trucchetto che ha generato dal nulla indebite detrazioni d’imposta e rimborsi per 2,7 milioni di euro. La metà dei quali finita a Gaetano Bosco. La stecca per il gruppo.
Un modus operandi basilare, beffardo nella sua semplicità. «Eppure è così — spiega una fonte qualificata della Finanza — il modello unico Isee è di fatto un’autodichiarazione, su cui vengono indicate le somme per cui si chiedono deduzioni e detrazioni d’imposta. Non c’è tracciabilità delle spese mediche. L’evasione può essere scoperta solo se si finisce nelle verifiche a campione dell’Agenzia delle Entrate». È per questo che sulla scia dell’inchiesta “Parafiscalia” ne è nata un’altra ad ampio raggio sui Caf napoletani, su cui c’è il massimo riserbo.
La Campania non è un caso isolato. A Roma il Nucleo tributario sta ancora raccogliendo tutte le 40.000 dichiarazioni sostitutive la cui regolarità è stata messa in dubbio dall’Inps. Al momento è aperto un fascicolo contro ignoti. L’indagine coinvolge 35 Caf di Roma e provincia e sta portando alla luce modelli Isee con dati fasulli, casi di persone che si sono presentate a più sportelli inoltrando più volte la stessa dichiarazione, prestazioni sanitarie inesistenti. I Finanzieri sospettano l’esistenza, al di là degli errori formali, di forme ben strutturate di collusione tra i contribuenti e alcuni impiegati dei Caf. Lo pensano anche all’Inps. Sono solo le famiglie coinvolte a guadagnare con i modelli Isee truccati? Oppure ci perdiamo tutti?
BUSINESS DA CENTINAIA DI MILIONI
A scoprire che qualcosa non funzionava sono stati un anno fa gli ispettori dell’Istituto previdenziale. Anche con una buona dose di casualità perché uno di loro si è ritrovato nell’elenco dei contribuenti che avevano presentato una dichiarazione Isee senza che l’avesse mai fatto. Da allora sono state passate al setaccio le dichiarazioni sostitutive uniche (Dsu) relative a 21 milioni di persone presentate nel triennio 2008-2010 ai Caf. Un vero business, costruito sulle lacune della Pubblica Amministrazione. Perché lo Stato non è in grado di fare alcuni servizi e allora li affida, dopo una convenzione, a soggetti privati, sindacati, associazioni di imprese e di professionisti. È un’attività che può finire per snaturare la funzione delle confederazioni sindacali: il servizio (ben retribuito dallo Stato) permette anche una nuova comoda strada al proselitismo, al posto della tradizionale tutela dei lavoratori. Nel 2012 — sono ancora stime — l’Inps ha versato ai Caf più di 161 milioni di euro per le pratiche seguite. Una cifra che nell’arco di quinquennio è raddoppiata. Per i soli modellini Isee, versava ai Caf 86 milioni nel 2008, passati a 102 nel 2009 fino a oltre 110 milioni dal 2010 in poi.
LE DOMANDE DEI MORTI
Dunque ci sono quasi trentamila persone decedute che sembrano non aver mai rinunciato alle prestazioni del welfare. Presentano le domande e lo fanno pure più volte nel corso dell’anno. Morti residenti all’estero che resuscitano apposta per firmare i modelli Isee e che — davvero curioso — sono nati quasi tutti nelle province di Catanzaro e Vibo Valentia. Per queste pratiche l’Inps ha versato ai Caf tre milioni di euro. Ma è solo l’ultima delle stranezze.
Ad esempio è singolare che in Campania, Calabria e Sicilia si concentri il 60 per canto di tutte le dichiarazioni presentate, nonostante in quelle regioni sia residente solo un terzo della popolazione nazionale. E due terzi delle 60 mila pratiche sotto inchiesta, per cui l’Inps ha erogato tre milioni di euro di rimborsi, arriva proprio dai Caf di queste regioni. Il lavoro dei magistrati di Roma è solo agli inizi, ma c’è chi si è già autodenunciato. Il centro “Lavoro e fisco srl” ha ammesso di aver compilato cinquemila dichiarazioni false nel periodo compreso tra l’ultimo trimestre del 2011 e il primo del 2012, restituendo allo Stato oltre 50 mila euro.
A parte le dichiarazioni presentate da persone morte o da nuclei familiari nei quali viene ancora conteggiato il componente deceduto, gli ispettori dell’ente previdenziale hanno accertato, attraverso l’incrocio dei dati, anomalie davvero smaccate. Perché ci sono Caf che hanno presentato in uno stesso giorno più dichiarazioni (fino addirittura a 18) relative a uno stesso soggetto, facendo riferimento però ad anni differenti così da determinare indicatori Isee diversi. Più sono le pratiche inoltrate, più soldi arrivano. Perché si è arrivati a questo punto? E perché le inefficienze della Pubblica Amministrazione devono
pagarle due volte i cittadini?
IL SILENZIO DI MONTI
In uno dei rapporti dell’audit interno all’Inps, l’ex generale delle Fiamme Gialle Flavio Marica, capo della Direzione di controllo, ammette: «Quello che è successo non è di facile interpretazione». Perché da una parte è vero che i Caf hanno progressivamente rafforzato le proprie competenze tecniche, ma dall’altro le convenzioni incentivano il ricorso agli uffici delle amministrazioni locali. Di certo è interessante notare che nelle regioni del Nord c’è ancora una quota intorno al 10 per cento di pratiche che non passa dai Caf (erano il 30 per cento nel 2002), mentre quella percentuale precipita intorno al 2 (era il 10 per cento nel 2002) nell’Italia meridionale. Qualche mese fa le cose potevano cambiare. Dopo una lunga trattativa, il primo giugno dello scorso anno il presidente dell’ente, Antonio Mastrapasqua, scrive una lettera al premier Mario Monti e al ministro del Lavoro, Elsa Fornero, chiedendo loro un parere e ricordando che l’Inps e i Comuni potrebbero «svolgere le medesime attività attraverso le proprie sedi con un notevole risparmio in termini di spesa pubblica, in ossequio all’ulteriore principio di economicità vigente in tema di affidamento di servizi pubblici». Mastrapasqua è forte di un dato: fino al 2002 la quota di pratiche gestite dai Comuni e da altri enti andava oltre il 15 per cento, contro l’attuale 4-5 per cento. Ma la lettera è rimasta senza risposta, e a fine anno è stata confermata la convenzione tra Caf e Inps, solo leggermente ritoccata. Potenza delle lobby.

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