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Imprese & Tasse 2014, fuga fiscale da Washington Solo eBay va controcorrente

Il tesoretto all’estero delle multinazionali americane è cresciuto a quasi 2 mila miliardi di dollari. Per non riportarli in patria e pagarci le tasse, i colossi Usa le pensano tutte: emettono maxi bond per finanziarsi invece di usare il cash immagazzinato offshore, come ha appena fatto Apple; acquistano altre aziende per trasferire la propria sede legale in Paesi con un trattamento fiscale più favorevole, come vorrebbe fare Pfizer comprando l’inglese AstraZeneca; trattano con le autorità di altre nazioni per domiciliarvi delle controllate e ottenere sconti come ha fatto Caterpillar con la Svizzera.
Giudizi
È un comportamento vergognoso, come l’ha bollato il commentatore di Fortune magazine Allan Sloan? O è solo l’autodifesa da un sistema fiscale punitivo, come sostengono le aziende? Di sicuro è un trend in crescita e un campanello d’allarme per Washington: grazie a queste manovre elusive, il governo federale degli Stati uniti perde infatti dai 30 ai 90 miliardi di dollari di tasse l’anno secondo le stime del Congressional research service.
Tutti, dal presidente Barack Obama ai parlamentari sia Democratici sia Repubblicani, si dichiarano favorevoli a una riforma delle tasse sui profitti aziendali, pari oggi al 35%, il livello più alto al mondo. Ma su come cambiare il sistema e a quale soglia abbassare l’imposizione difficilmente i politici americani troveranno un accordo prima delle elezioni di novembre: in palio i posti di tutti i membri della Camera e di un terzo dei senatori.
Il sistema statunitense oggi funziona così: le aziende che operano all’estero pagano le tasse locali nei Paesi dove realizzano i profitti, ma poi devono anche pagare la differenza fra quanto hanno versato all’estero e il 35% che il fisco Usa richiede su tutti i profitti, non importa dove siano stati prodotti. Però la tassazione americana scatta solo se i profitti vengono rimpatriati e per questo alle multinazionali conviene lasciarli fuori dagli States. Un’alternativa, proposta dal Democratico Ron Wyden, il nuovo presidente della commissione Finanze del Senato, è abbassare le tasse al 24% con un sistema «territoriale senza trucchi», in cui le aziende pagano le tasse nei Paesi dove realizzano i profitti ma non usano domiciliazioni fittizie per approfittare dei Paradisi dove il trattamento è più amichevole. Intanto i colossi a stelle e strisce continuano ad ammassare fortune oltreoceano. L’anno scorso il loro tesoretto è aumentato del 12% secondo un’analisi fatta da Bloomberg news sui bilanci delle 307 principali società Usa con attività internazionali. Le prime 15 rappresentano quasi la metà del totale dei profitti offshore (vedere grafico ). In testa c’è General Electric con 110 miliardi di dollari, seguita da famosi protagonisti dell’high-tech come Microsoft, Apple, Ibm, Cisco, Google, Hewlett-Packard e Oracle; e da case farmaceutiche come Pfizer e Merck.
Utilizzo difficile
I profitti accumulati in questo modo non possono essere usati per finanziare i dividendi o i programmi di riacquisto delle azioni proprie (buyback). Per questo Apple ha deciso di finanziare il suo piano di buyback da 90 miliardi di dollari e l’aumento dell’8% del dividendo attraverso l’emissione di obbligazioni per 12 miliardi di dollari, piuttosto che rimpatriare almeno una parte dei 54 miliardi di dollari cash e pagarci le tasse. L’operazione — la prima gestita dal nuovo responsabile finanziario di Apple, l’italiano Luca Maestri — è stata accolta benissimo dal mercato: la settimana scorsa i bond della Mela sono andati a ruba, a tassi di interesse inferiori di un punto percentuale rispetto ad analoghi titoli del Tesoro Usa. La stessa strategia l’aveva seguita lo scorso febbraio Cisco con l’offerta di obbligazioni per 8 miliardi di dollari. Pfizer va anche oltre, con il progetto di rinunciare alla sua cittadinanza americana per trasferire la sua sede legale in Gran Bretagna, dove i profitti aziendali sono tassati al 21%.
Il suo amministratore delegato Ian Read (peraltro britannico) ha apertamente dichiarato che uno dei motivi per l’offerta di acquisto della rivale AstraZeneca — che ha respinto l’offerta — è sfuggire a una tassazione che rende le aziende Usa non competitive su scala globale. La legge permette il cambio di domicilio se dopo una fusione o acquisizione gli azionisti esteri controllano più del 20% della nuova società.
Ne hanno già approfittato l’anno scorso una ventina di aziende americane, fra cui le case farmaceutiche Perrigo del Michigan, Actavis del New Jersey ed Endo health solutions della Pennsylvania, tutte trasferite in Irlanda, dove le tasse aziendali sono al 12,5%.
E in Svizzera Caterpillar ha ottenuto un’imposizione fiscale solo del 4-6% per la sua controllata Csarl, creata ad hoc per gestire il business internazionale dei pezzi di ricambio, risparmiando 2,4 miliardi di dollari di tasse. Un’operazione stigmatizzata dal Democratico Carl Levin, presidente della commissione senatoriale che ha investigato sul caso, mentre il suo collega Repubblicano John McCain ha colto l’occasione per ribadire l’urgenza di una riforma.

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