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I minibond non decollanno

Una decina di fondi pronti a investire nei minibond e appena 24 emissioni già completate. A un anno e mezzo dall’innovazione legislativa (decreto legge n.83 del 22 giugno 2012, convertito con la legge n.134 del 7 agosto 2012) che consente alle società non quotate di emettere obbligazioni con una procedura simile alle aziende presenti sui mercati regolamentati, lo strumento stenta a decollare. Anche se va considerato che il quadro legislativo iniziale ha mostrato qualche lacuna, tanto che sono stati necessari nuovi interventi, l’ultimo dei quali risale al decreto «destinazione Italia», convertito in legge mercoledì scorso. Tanto che, in presenza della persistente stretta creditizia, c’è la convinzione diffusa tra gli addetti ai lavori che vi siano le condizioni per percorrere questa strada alternativa di finanziamento a sostegno dei progetti di crescita.

La parola d’ordine è semplificazione. Prima che venisse introdotto il nuovo strumento, c’era un limite quantitativo alle emissioni, vale a dire il doppio della somma del capitale sociale e delle riserve. Con il decreto Sviluppo è stata introdotta anche una facilitazione di tipo fiscale: in precedenza la spesa per interessi era deducibile solo ?no al doppio del tasso di interesse di riferimento praticato dalla Banca centrale europea (attualmente è allo 0,50%). Dopo l’approvazione la deducibilità è salita ?no al 30% del reddito operativo lordo. Con il collegato alla legge di Stabilità 2014 si è intervenuti nuovamente in materia con l’eliminazione della ritenuta d’acconto del 20%, in modo che il fondo che investe in minibond possa essere fiscalmente neutro.

Una filiera complessa. «Trattandosi di un nuovo mercato, è stato necessario un po’ di tempo per carburare», ha spiegato Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group, intervenendo a un convegno organizzato nei giorni scorsi a Milano dall’information company in collaborazione con lo studio legale King&Wood Mallesons-SJ Berwin. «Ma a questo punto il mercato è pronto al decollo. Le norme su questi nuovi strumenti hanno già prodotto degli effetti positivi, mobilitando oltre 6 miliardi di finanziamenti verso società non quotate, prevalentemente attraverso collocamenti privati delle obbligazioni».

Se finora i risultati sono stati limitati, ha spiegato l’esperto, la ragione va trovata soprattutto nella necessità di far parlare tra loro i vari attori della filiera. «I fondi hanno bisogno di conoscere in profondità i numeri delle aziende candidate alle emissioni, proprio perché non quotate, e il compito di società come la nostra è fornire queste informazioni perché vengano poi vagliati», ha aggiunto. Un ruolo importante sono chiamati a giocarlo anche gli advisor finanziari, chiamato a valutare il merito di credito dell’azienda e supportarla nella fase di emissione e di collocamento. Oltre a sottoscrivere e mantenere in portafoglio fino a naturale scadenza una quota dei titoli.

Una platea di 19 mila aziende interessate. Secondo un’analisi condotto dallo stesso Cerved Group, in Italia esistono 19 mila imprese con un fatturato tra i 10-250 milioni di euro, 33 mila nella classe 5-250 milioni, collocabili in un’area di sicurezza o solvibilità economico-finanziara. La maggior parte di esse si trova nel comparto della distribuzione (25,3%), seguito da quello dei beni di consumo (15,4%) e dalle aziende del terziario che raggruppano il 14,5% delle aziende investment grade.

«L’analisi dell’investitore parte dal business plan, che aiuta a capire il rapporto tra rischi e rendimenti», spiega Ruggero Bertelli, professore di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Siena, «considerato anche che parliamo di fondi chiusi, quindi senza la liquidità disponibile sui mercati regolamentati. Dopo di che si passa a considerare il rendimento atteso, che dipende dalla classe di merito dell’emittente, nonché dalla durata e tipologia del bond». Alla fine di questa procedura si ottiene una scrematura che consente di selezionare le iniziative più meritorie.

I fondi sul mercato. Gli ultimi mesi hanno visto il lancio di numerosi fondi focalizzati nell’investimento in questi prodotti (si veda ItaliaOggi Sette del 20/01/2014). Il debutto è avvenuto con il Fondo Minibond Pmi Italia lanciato da Mps e Finanziaria Internazionale, con l’obiettivo di far incontrare gli interessi del tessuto imprenditoriale italiano e quella degli investitori istituzionali (come fondi pensione e family office). Il fondo avrà durata massima di sette anni e dimensioni inizialmente comprese tra i 100 e i 150 milioni di euro. Anthilia Bond Impresa Territorio è stato, invece, promosso da Anthilia Capital Partners e Banca Akros, con la partnership di sette banche regionali che può contare su una disponibilità iniziale di 100 milioni di euro. Punta sui minibond, ma non in via esclusiva, Mediolanum Flessibile Sviluppo Italia, realizzato in collaborazione con Muzinich, che investe sia nel comparto obbligazionario. HI CrescItalia Pmi Fund è, invece, il nome del fondo promosso da Hedge Invest, che prevede investimenti concentrati su società di proprietà privata, con un fatturato minimo di euro 7,5 mln, almeno 20 dipendenti, in attività da almeno cinque anni (non oggetto di alcun tipo di procedura concorsuale in atto o passata), con progetti tesi all’internazionalizzazione e all’innovazione e aventi rating investment grade, emesso da Crif Rating Agency. Il Wise Private Debt lanciato da Wise, punta sulle emissioni con un valore compreso tra 10 e 20 milioni di euro, realizzate da Pmi italiane non quotate, che possono vantare un Ebitda tra i 3 e i 15 milioni di euro.

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