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I mercati «snobbano» le minacce di Fitch

di Maximilian Cellino

Fitch minaccia il rating italiano, ma sul mercato non vola una mosca: i BTp tengono e Piazza Affari rimbalza addirittura con convinzione insieme agli altri listini all'indomani di un lunedì a dir poco convulso. Esiste «una significativa possibilità» che l'agenzia declassi il merito di credito dell'Italia quando terminerà il riesame avviato lo scorso dicembre, ha detto senza mezze misure David Riley, il direttore del comparto Rating Sovrani di Fitch, in una conferenza a Londra.
È vero che i problemi rilevati dall'analista sono soltanto in parte addebitabili al nostro Paese (c'è un livello di debito pubblico potenzialmente «esplosivo») e sono invece resi più acuti dal contesto esterno («per eliminare il premio di rendimento dovuto alla crisi servirebbe una rete di protezione credibile che al momento non c'e»). Così come è vero che la pendenza di giudizio sul rating accomuna il nostro Paese a Spagna, Belgio, Irlanda, Slovenia e Cipro (ma non Germania e soprattutto Francia, per la quale Riley ha anzi escluso la perdita della «Tripla A»). Ma non si può negare che è l'Italia a essere additata da Fitch come la linea del fronte, l'ultimo baluardo prima della caduta del fortino dell'euro e queste parole in altri tempi, neppure tanto lontani, si sarebbero trasformate in una bomba per i titoli del Tesoro e a cascata ovviamente anche per le azioni delle banche che li detengono.
Ieri invece gli operatori hanno preferito volgere lo sguardo altrove: alla Cina per esempio, che potrebbe mettere in atto mosse espansive per ravvivare la crescita, all'avvio promettente della stagione delle trimestrali a Wall Street, persino ai passi avanti registrati nei negoziati per il finanziamento della Grecia. E hanno deciso di tornare ad acquistare le attività a rischio, compresi i nostri BTp. Il rendimento del decennale italiano è sceso dal 7,26% al 7,19% e si è ridotto al 5,23% (523 punti base) il differenziale con il bund tedesco. Di qualche centesimo sono diminuiti anche i tassi delle scadenze più brevi, dal 5 anni (6,44%) al 3 anni (5,49%) ed è un segnale incoraggiante in vista delle operazioni di domani e venerdì attraverso le quali il Tesoro riverserà sul mercato nuovi titoli per almeno 15 miliardi di euro fra BoT (3 e 12 mesi) e BTp (con scadenze fra i 3 e i 6 anni).
Perché dunque il mercato ha risposto ieri con le classiche «spallucce» al richiamo di Fitch? I motivi per distrarsi, come si diceva in precedenza, non mancavano. Ma c'è anche qualche maligno che rileva come l'unica tra le tre «grandi sorelle» con il capitale in mani europee (francese, per la precisione) sia anche la meno ascoltata. In fin dei conti Fitch è anche al momento la più «generosa» nei confronti del nostro Paese: il suo giudizio «A+» è ancora un gradino (o «notch») sopra quelli di S&P («A») e Moody's («A2»). Anche se dovesse essere abbassato di più livelli resterebbero le altre due agenzie a sostenere il rating al di sopra di quella «Tripla B» che comporterebbe un taglio netto del valore («haircut») dei titoli che le banche portano come collaterale alla Banca centrale europea (Bce) per ottenere in cambio finanziamenti e che scatenerebbe, allora sì, vendite generalizzate.
«Gli occhi sono tutti puntati non su Fitch, ma su S&P e su ciò che deciderà sulla Francia», tagliava corto ieri un operatore, e come lui evidentemente dovevano pensarla molti investitori. La sensazione è che in generale ci fosse poca voglia di prendere posizione anche nell'imminenza di un appuntamento importante come la riunione della Bce a Francoforte. Pochi, per la verità, si attendono novità significative sul costo del denaro (che dovrebbe restare ancorato all'1% dopo il doppio taglio da 25 punti base a novembre e dicembre), mentre si seguirà con attenzione la conferenza stampa del presidente, Mario Draghi, con l'orecchio teso a ciò che dirà soprattutto sul discusso piano di riacquisti di titoli di Stato (ieri, a proposito, i trader non hanno segnalato operazioni targate Francoforte).
All'Eurotower si misureranno invece con cura gli effetti della «bomba» di liquidità scagliata sul mercato con l'asta di rifinanziamento a tre anni del 21 dicembre attraverso la quale sono piovuti sulle banche (e sul mercato) 489 miliardi. L'operazione effettuata ieri della Bce a una settimana mostra che l'eccesso di liquidità si sta progressivamente prosciugando (sono stati assegnati fondi per 110,9 miliardi rispetto ai 130,6 miliardi in scadenza), mentre resta al tempo stesso elevato l'ammontare parcheggiato in deposito presso lo stesso istituto centrale (481,9 miliardi lunedì, massimi storici).
La dinamica della «deposit facility» può essere però anche un indicatore fuorviante perché segue soprattutto fattori tecnici legati all'ammontare di riserve obbligatorie che gli istituti di credito devono obbligatoriamente depositare presso la Banca centrale nazionale: il denaro depositato salirà verosimilmente ancora fino alla prossima settimana, quando scadrà il periodo di riserva mensile ed entreranno in vigore le nuove norme che dimezzeranno dal 2% all'1% l'ammontare richiesto come riserva. Una tra le mosse adottate a dicembre dalla Bce stessa nel tentativo di liberare nuove risorse per scongiurare il «credit crunch».

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