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I mercati avvisano Berlino. Va male l’asta dei Bund

di Fabrizio Massaro

MILANO — «Un disastro». «Una cosa orribile». I toni allarmati non sono stati usati a sproposito ieri sui mercati: il fallimento dell'asta dei Bund tedeschi con Berlino che ha collocato solo 3,6 miliardi sui 6 messi all'asta costringendo la Bundesbank ad acquistare il resto — evento mai successo prima — è suonato come un allarme rosso, come il segnale che la crisi è ormai arrivata al cuore dell'Europa, in quella Germania considerata il nocciolo duro dell'euro. E le notizie dagli altri fronti della crisi non hanno aiutato: l'Italia è sempre più in tensione per i titoli di Stato, schizzati oltre il 7% per quelli a breve-medio termine, con il Btp a due anni al 7,20% e quello a 5 anni al 7,15%, più del decennale ieri fermatosi a circa 6,99%, con uno spread che ha superato di nuovo la soglia dei 500 punti base per poi ripiegare a quota 482 grazie anche agli acquisti operati dalla Bce. La Francia rischia di perdere la tripla A di Fitch nell'ipotesi di un calo del Pil. Il Belgio è sempre più esposto al fallimento della banca Dexia, che ha urgente bisogno di liquidità, circa 30-40 miliardi; la Grecia per ammissione del suo stesso governatore della banca centrale «rischia l'uscita dall'area euro se fallisce quest'ultima tornata di aiuti». La Lettonia, altro Paese euro-periferico, ha cancellato un'asta di titoli decennali.
In questo contesto le Borse europee non potevano che chiudere in negativo, complici anche i dati leggermente sotto le attese su consumi e richieste di disoccupazione in Usa. Il calo maggiore lo ha subito Milano, con l'indice Ftse Mib a -2,59%, seguita da Madrid (-2,09%), Parigi (-1,68%), Francoforte (-1,44%) e Londra (-1,29%); in serata New York -2,04%. A farne i conti, come sempre, i titoli bancari: la peggiore è stata Mediobanca, -7,93%. Anche gli spread di Spagna e Francia hanno reagito male. Quello di Madrid è salito a 480 punti, mentre il rendimento di Parigi è tornato a sfiorare quota 180 punti, per poi chiudere a 154, dai 40 punti della primavera scorsa.
Sul fallimento dell'asta tedesca, «un esito allarmante» secondo il governatore della Banca centrale austriaca e membro della Bce Ewald Nowotny, ieri sono circolate due interpretazioni: secondo alcuni analisti il rendimento offerto, appena sotto il 2%, era troppo basso anche per un titolo considerato bene rifugio. Tanto che in serata il valore è salito a 2,15%. L'agenzia del debito tedesca ha minimizzato parlando di mercato «nervoso» e ha confermato le prossime tre aste da qui a fine anno. Ma c'è un'altra interpretazione, che si lega direttamente al braccio di ferro tra la cancelliera Angela Merkel e il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, sugli eurobond. Soluzione vista come un'eresia dalla Germania che non vuole che la Bce diventi compratore dei titoli di Stato dell'Eurozona, anche se ieri la Bundesbank di fatto ha seguito proprio questa strada con i Bund inacquistati. Il mercato, secondo questa lettura, starebbe scontando gli effetti degli eurobond, la cui emissione aggraverebbe il costo del finanziamento per i Paesi più virtuosi come la Germania. Uno scenario, questo, che ipotizza un passo indietro della Merkel sul nodo cruciale dell'Eurozona.
Gli occhi del mercato sono dunque ancora rivolti alla politica per una risposta alla crisi: «La situazione sui mercati è preoccupante e peggiora di giorno in giorno», ha detto ieri il commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn, «dobbiamo completare i lavori di messa a punto dell'Efsf entro martedì» per la riunione dell'Eurogruppo. Ancora più drammatiche le parole del presidente francese Nicolas Sarkozy, che oggi incontrerà la Merkel e il presidente del Consiglio italiano, Mario Monti: «O l'Europa uscirà tutta insieme dalla crisi o ognuno morirà per conto suo».
 

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