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I mediatori con il fiato sospeso

Mediaconciliatori con il fiato sospeso in attesa delle motivazioni della Consulta. Bocciati tutti gli emendamenti proposti da varie sigle e organizzazioni per ribaltare il comunicato stampa con cui la Corte costituzionale il 24 ottobre ha anticipato i contenuti della sentenza che boccia le norme sulla mediaconciliazione obbligatoria per eccesso di delega, la politica ha detto no dopo 33 giorni trascorsi tra speranze e rivendicazioni di una categoria. Il giorno nero è stato il 27 novembre, quando la commissione industria del senato ha dichiarato inammissibili gli emendamenti presentati al decreto legge sulla crescita che proponevano la reintroduzione della mediazione obbligatoria, sia pure a termine fino al 2017. Adesso è tutto in altomare. E i mediaconciliatori sembrano essersi divisi in tre categorie.

IRRIDUCIBILI – Sono quelli che non ci stanno a prescindere. Per loro esiste solo la «mediazione finalizzata alla conciliazione» (guai a parlare di «mediaconciliazione»), e dev’essere obbligatoria. Generalmente espressione di organismi di conciliazione medio-piccoli, gli irriducibili mettono l’accento sul fatto che lo stato li ha obbligati a sottostare a precise regole e investimenti, che adesso sarebbero stati vanificati dall’abolizione dell’obbligatorietà della mediaconciliazione. Questo perché hanno dovuto assumere personale all’interno delle loro strutture e, senza alcun intervento legislativo dello stato volto a ripristinare la mediaconciliazione, sarebbero costretti a chiudere per mancati introiti. Sono molto critici verso l’Oua, l’Organizzazione unitaria dell’avvocatura guidata da Maurizio de Tilla.

SPERANZOSI – Categoria più aperturista, formata da titolari di organismi di medie dimensioni. Questa categoria guarda con simpatia agli annunciati incentivi pro mediaconciliazione promessi dal ministro della giustizia Paola Severino e che al momento non si sono ancora visti (il guardasigilli ha più volte affermato che eventuali iniziative saranno prese solo nel momento in cui saranno rese pubbliche le motivazioni della sentenza della Consulta). Gli speranzosi, sia pure convinti della necessità di un ripristino dell’obbligatorietà, hanno però un approccio più imprenditoriale. Prendono atto di quanto è accaduto e sono alla ricerca di altri organismi per tentare un dialogo e provare a federarsi (un fenomeno osservato già il 30 ottobre scorso alla sessione romana del Forum nazionale dei mediatori, nel corso del quale c’è stato un sostenuto scambio di bigliettini da visita tra i vari esponenti degli organismi). Non sembrano ancora evidenti gli effetti di questi contatti.

I DIALOGANTI – Infine la terza categoria, al momento la più risicata. Sono quelli che prendono atto della sconfitta e hanno capito che è ora di sedersi attorno a un tavolo con de Tilla, l’Oua e il mondo dell’avvocatura. Almeno in principio: che cosa vogliano proporre all’avvocatura (tenuto presente che il 70% dei mediaconciliatori sono avvocati) non è ancora chiaro, ma in linea di principio sono convinti che si debba dialogare e accordarsi con l’avvocatura. È una linea faticosamente portata avanti da Lorenza Morello dell’Apm (Avvocati per la mediazione), l’Assomediazione (che il 29 novembre ha chiesto alla Severino l’istituzione di un tavolo) e che da qualche tempo sembra aver iniziato a farsi strada all’interno del Forum nazionale dei mediatori.

Che cosa succederà adesso? Non è difficile prevedere che nei prossimi mesi assisteremo a una «selezione naturale» degli organismi di mediazione: tra chi chiuderà e chi si fonderà con altre realtà, è prevedibile che dai quasi 1.000 registrati presso il ministero della giustizia, si passerà a un numero ridotto. I mediaconciliatori comunque sembrano aver compreso un principio: l’offerta dovrà diventare di qualità, la formazione dei mediatori dovrà essere più professionale. Come prevede il disegno di legge presentato da Mario Tocci e Ivan Giordano il 26 novembre scorso durante la sessione milanese del Forum nazionale dei mediatori.

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