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I meccanismi. Patuelli (Abi): «Così potranno essere favorite nuove aggregazioni o fusioni»

ROMA Who’s afraid of the big bad bank? In tanti hanno ripensato alla vecchia filastrocca inglese, con la banca al posto del lupo, quando, ieri sera, ha rotto gli argini delle cinque ore consecutive la riunione tra il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e la commissaria Ue Margrethe Vestager per decidere i dettagli della “banca cattiva modello 2016” per le aziende di credito italiane. Poi, finalmente, a tarda sera la fumata bianca e l’annuncio del ministro dell’Economia sull’accordo raggiunto per i crediti deteriorati con la nascita del Gacs, ovvero Garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze.
In realtà, ciò di cui si è discusso è una forma davvero minimalista, soprattutto se si fa il raffronto con quanto è stato messo in atto, in epoche tutt’altro che lontane, dai nostri vicini di casa europei. L’oggetto del serrato dibattito, infatti, è soltanto una garanzia a pagamento fornita dal Tesoro, con la Cassa depositi e prestiti in veste di mera “agenzia”, per l’intermediario che la chiederà al momento della vendita dei crediti deteriorati a una società di gestione degli attivi.
La garanzia dello Stato, peraltro, dovrebbe trasformarsi in una copertura a indennizzo pieno (con fondi pubblici in uscita, quindi) solo nel momento in cui la società di gestione degli asset non fosse in condizione di valorizzarli. E questi fondi pubblici in uscita, in ogni caso,sarebbero stati già pagati, perché la garanzia pubblica ha un prezzo.
Il prezzo della garanzia di Stato è appunto lo scoglio che ha diviso Roma da Bruxelles. Se è troppo alto, nessuno vorrà acquistare la garanzia medesima, se è troppo basso, obietta la Ue, si entra nella fattispecie “aiuto di Stato”, con tutte le condizionalità che ne seguono, tanto per le banche quanto per i conti pubblici italiani. Di qui, l’impasse. Chi, ovviamente, non poteva che auspicare una soluzione rapida della trattativa, se non altro per farla finita con l’incertezza normativa, è il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli: «Io confido. Esamineremo i testi – ha dichiarato in mattinata- è una chance, una possibilità in più per le imprese bancarie che ogni banca giudicherà come impresa diversa da tutte le altre». La creazione di un bad bank del resto potrebbe favorire anche nuove aggregazioni o fusioni tra le banche, secondo il numero uno dell’associazione dei banchieri: «La dinamica societaria e la conclusione di una lunga trattativa che porterà ad una certezza del diritto – spiega Patuelli – favorirà la valutazione di ogni genere anche di aggregazioni e fusioni». Quanto allo stato di salute del sistema creditizio «tutte le autorità europee e italiane fanno una valutazione di solidità delle banche italiane e concordo con il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, che ha aggiunto ieri che la solidità si basa su altri indicatori e non su quelli borsistici». In effetti, basta fare un po’ di confronti internazionali relativamente a tutto ciò che in questo momento presenta rischi elevati, nel mondo, per vedere che il sistema creditizio nazionale non ha motivo di temere: per esempio è abbastanza contenuta l’esposizione verso quei Paesi in via di sviluppo che oggi “traballano” per via del petrolio in picchiata e per un rallentamento nella crescita; così come è contenuta l’esposizione in prodotti derivati: all’attivo c’è un 5% del totale degli assets e al passivo c’è un 4,4% del totale delle passività mentre nel caso del sistema creditizio tedesco o francese queste percentuali sono pari a più del doppio, sia all’attivo che al passivo.
Ma ieri Patuelli è tornato anche sulle scarse capacità di comunicazione dell’organismo di vigilanza europeo diretto da Daniele Nouy. «Io credo – ha dichiarato – che un errore di comunicazione della Banca centrale europea nelle richieste di chiarimenti agli istituti italiani sicuramente c’è stato e c’è stata anche l’autocritica, quindi non ci sono dubbi in proposito» e ha comunque escluso l’esistenza di un attacco speculativo contro le banche italiane.
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