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I mali della giustizia inefficiente nodo per la credibilità dell’Italia

Certo, ha confermato parecchie riflessioni problematiche che ripete dal 2006, quando parla davanti al Csm. Ma le critiche che Giorgio Napolitano ha espresso ieri a Palazzo dei Marescialli verso alcuni atteggiamenti della magistratura sono suonate ben più dure e sferzanti del solito. Infatti cadono proprio mentre si sta di nuovo alzando il livello dello scontro tra toghe e politica, con il governo (di centrosinistra, stavolta) che chiede ai giudici di concedersi meno esternazioni e di essere «più obiettivi» e lancia il sospetto che le resistenze all’azione riformatrice dipendano dal taglio delle ferie decretato dal premier. 
Dinamiche di tensione già a lungo sperimentate, con grave danno per tutti, negli ultimi vent’anni. Se il capo dello Stato cerca di smorzarle adesso, incurante delle febbri polemiche dalle quali può essere toccato, lo fa per tre motivi: 1) perché è persuaso che anche sul fronte del sistema giudiziario si gioca la credibilità del Paese; 2) perché una giustizia efficiente consente perfino «il recupero della nostra economia»; 3) perché «il lascito» della sua presidenza dell’organo di autogoverno delle toghe, secondo una prerogativa che gli attribuisce la Carta costituzionale, sia coerente e senza equivoci.
Ecco dunque come spiegare la censura a troppi «cedimenti a esposizione mediatiche o a tentazioni di missioni improprie», salvifiche, cui indulgono alcuni magistrati. Ecco il biasimo per «comportamenti impropriamente protagonistici e iniziative di dubbia sostenibilità» che hanno contagiato in particolare gli uffici della pubblica accusa. Ecco il timore che lo stesso Csm possa lasciarsi «condizionare nelle scelte da logiche di appartenenza correntizia», e qui va posta attenzione al rischio che le correnti si trasformino solo in «centri di potere». Ecco, infine, la denuncia delle «ingiustificate lungaggini» e dei casi di «scarsa professionalità, sia in campo civile che penale».
Parole aspre. Al fondo delle quali, come molte volte ha detto rispecchiando le aspettative della gente comune, si rafforza l’urgenza di un «processo innovatore». Bisogna avviarlo al più presto, incita Napolitano, nel suo amareggiato bilancio. Un’urgenza dimostrata anche dallo scandalo di «mafia capitale», in cui si incrociano corruzione politica e criminalità organizzata che i pm e le forze di polizia hanno il compito di contrastare.
Una scommessa che, nell’ultima esortazione da mettere in archivio, può essere vinta se politica e giustizia smetteranno di guardarsi «come mondi ostili». Se tutti (dunque pure i giudici) sapranno abbandonare arroccamenti difensivi e rispetteranno le prerogative del Parlamento. E se l’esecutivo si imporrà di superare quel comportamento patologico, tutto italiano, che ci ha portato a una «ipertrofia del processo legislativo».
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