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I macchinari e l’Industria 4.0: ha funzionato solo per i grandi

Tradizionalmente l’Ucimu-Confindustria, l’associazione degli industriali delle macchine utensili e robot, organizzava ogni 10 anni un’indagine a campione sull’età media dei macchinari installati nelle imprese italiane. Un test importante per capire il grado di ammodernamento delle nostre fabbriche e orientare le scelte dei policymaker. Ma stavolta, visti i provvedimenti di Industria 4.0 e il carattere disruptive della digitalizzazione, l’Ucimu ha scelto di tagliare i tempi e di lanciare una nuova indagine a distanza di soli cinque anni dalla precedente. E ha fatto bene. I dati esposti ieri sono datati nell’immediato pre-pandemia (dicembre 2019), sono basati su un campione rappresentativo di 2 mila imprese con più di 20 addetti e sono utilissimi per tracciare un primo bilancio dell’avventura di Industria 4.0, iniziata nel 2016 grazie all’impulso dell’allora ministro Carlo Calenda. C’è bisogno di avere una fotografia realistica del grado di innovazione dell’industria meccanica italiana, il nostro settore di punta. Ebbene, Industria 4.0 è stato un movimento che ha interessato le grandi e medie imprese sopra i 200 addetti, mentre ha bagnato molte meno le piccole. E infatti l’età media del parco macchine installato nelle fabbriche metalmeccaniche è risultato pari a 14 anni e 5 mesi, persino in aumento di 1 anno e 9 mesi rispetto alla precedente rilevazione (2014) quando, sostiene l’ufficio studi dell’Ucimu, «il dato era risultato già decisamente poco brillante».

Si tratta anche dell’età media più alta mai registrata dal 1975 e ciò si spiega con il fatto che è ancora ampia la platea di imprese che non ha operato investimenti digitali nonostante gli incentivi 4.0 e che hanno conservato la radicata abitudine di lasciare in funzione, anche part time, macchinari datati ma comunque funzionanti.

Cresce infatti nettamente la quota di macchinari con età superiore ai 20 anni: pari addirittura al 48% del totale installato. Fortunatamente sale di tre punti (fino al 16,1%) anche la quota di macchine “giovani” che hanno meno di cinque anni di vita ma la sintesi non può che essere quella di un sistema industriale che viaggia a due velocità o, se preferite, di un treno in cui i vagoni di testa stanno ampiamente distanziando quelli mediani e di coda. I primi comprano in buona quantità e utilizzano i più avanzati robot e le tecnologie di connessione, i secondi ricorrono a pratiche di revamping pur di non rottamare le macchine vecchie ed obsolete. «La forbice che emerge tra chi investe e chi purtroppo resta fermo — commenta Barbara Colombo, presidente di Ucimu — non ci deve far dimenticare che il livello tecnologico-qualitativo del parco macchine è però decisamente cresciuto grazie agli investimenti degli ultimi anni e agli incentivi per il 4.0».

Le piccole imprese

Le imprese più piccole hanno preferito mantenere macchinari obsoleti ma funzionanti

Che fare, dunque, per avvicinare vagoni di testa e di coda? Come riuscire a far cambiar marcia non solo alle imprese più strutturate? Molto può dipendere dalla capacità delle filiere di tirar dentro nei processi di innovazione le Pmi fornitrici favorendone gli investimenti ma, sempre secondo Colombo, per centrare l’obiettivo occorre incentivare la trasformazione digitale. Rendendo strutturale, oltre il termine del 2022 dunque, sia il credito di imposta per gli acquisti di nuove macchine tradizionali e con tecnologia 4.0 sia l’analogo incentivo per la formazione del capitale umano.

«Per chiudere il gap grandi/piccoli è necessario che le imprese minori sappiano di poter adottare in serenità piani di investimento a media gittata». Ma al di là delle legittime richieste tipiche delle associazioni di rappresentanza, l’indagine Ucimu rilancia più in generale la riflessione sullo stato della trasformazione digitale della manifattura italiana, argomento sul quale si leggono tesi diverse.

Ieri, ad esempio, l’economista Marco Fortis commentando i dati Ucimu ne ha fornito una lettura decisamente confortante parlando di «un rafforzamento della competitività delle imprese italiane che dura da oltre un quinquennio» e di un valore aggiunto della nostra manifattura «cresciuto nello stesso periodo perfino più di quello tedesco». Ma è molto probabile che il ritardo dei Piccoli nella digitalizzazione ridia forza a quanti invece individuano proprio nella ridotta dimensione media delle imprese l’insuperabile tallone d’Achille dell’industria italiana.

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