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I listini d’Europa davanti al bivio tra crisi e rilancio

di Guido Plutino

E se in Europa la crisi fosse permanente? Dobbiamo abituarci all'idea di un lungo declino piuttosto che cullare la speranza in una ripresa più o meno vicina? Domanda da catastrofisti, che però nasce da una sensazione sempre più diffusa man mano che la crisi prosegue nonostante gli interventi delle istituzioni.

Proprio l'apparente inefficacia di armi finora considerate infallibili accresce il consenso intorno a previsioni che solo ieri sembravano "estreme". Come quella che indica in sette anni (dal 2008) il tempo necessario per uscire da una fase che ha pochi precedenti. O, appunto, l'ipotesi secondo cui la crisi non è reversibile. La fantasia si è sbizzarrita con efficaci sintesi alfabetiche del suo progressivo peggioramento: ripresa lenta (a "U"), stagnazione ("L"), ricaduta in recessione o double dip ("W"), ora addirittura recessione a doppia lettera ("VL"), con una prima crisi seguita da una breve ripresa, una seconda crisi e infine una stagnazione. Se le cose stanno così, facile capire che l'Europa è condannata a convivere con una debolezza prolungata. La sensazione è più diffusa di quanto si pensi, non solo tra i tecnici. Dall'ultima indagine Acri-Ipsos su italiani e risparmio risulta che per l'86% del campione la crisi è "assai grave" (era il 78% nel 2009) e 3 intervistati su 4 si aspettano che duri almeno altri tre anni. Queste percentuali sono particolarmente alte in Italia, ma la sfiducia non si esaurisce nei confini nazionali. «Secondo dati Ipsos Global@dvisor – spiega ancora la ricerca – è comune alle principali economie occidentali, con l'unica eccezione della Germania».

Tuttavia tra queste opinioni e ciò che gli esperti definiscono sentiment degli operatori c'è una notevole distanza. «La vera scossa risolutiva della crisi europea probabilmente arriverà dall'esterno – ragiona per esempio Angelo Drusiani, asset manager di Banca Albertini Syz – . La Cina ha bisogno di mercati occidentali in salute per alimentare l'export. Non è ancora autosufficiente, a causa di un mercato interno poco sviluppato. Penso che il tira e molla proseguirà per qualche tempo su condizioni e quantità, ma poi finirà con un "aiuto" dalla Cina. L'interesse mondiale va in questo senso». Ciò non significa che manchino i toni preoccupati. «Uno scenario double dip sembra oggi più probabile di qualche mese fa – riflette Jeff Kautz, chief investment officer di Perkins Im – e noi lo stiamo incorporando nei target di prezzo. La situazione è particolarmente preoccupante in Europa, a causa del rischio che la situazione della Grecia e degli altri Piigs inneschi una spirale fuori controllo. Un altro fattore critico è la capitalizzazione sottile del sistema bancario. Tuttavia, nonostante l'alto livello di incertezza del breve periodo, restiamo fiduciosi sulle potenzialità a lungo termine». «A questo punto – aggiungono Jonathan Coleman e Gibson Smith, chief investment officer rispettivamente di equity e reddito fisso di Janus – la vera domanda è se le società riescano a crescere in condizioni macroeconomiche deboli. Noi pensiamo che sia possibile, anche se a ritmo più lento». Per l'investitore questo comporta la necessità di esercitare le virtù della pazienza e della perseveranza. Tuttavia la pazienza serve a poco se non è abbinata alla capacità di selezionare le attività su cui puntare, in un contesto perturbato a causa di quelle che Marcus Svedberg, capoeconomista di East Capital, definisce "incongruenze". Una delle principali è proprio l'incoerenza di alcune quotazioni: «C'è una differenza rilevante – conclude Svedberg – tra l'andamento dei mercati e quello delle società quotate. I mercati sono scesi molto, mentre le imprese pubblicano risultati piuttosto positivi».
 

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