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I legali: meno tribunali e più conciliazione

Addio a una «visione tribunale-centrica» per la risoluzione di tutte le controversie. E spazio, invece, all’attività delle Camere arbitrali e di conciliazione, previste dalla riforma della professione forense (legge 247/2012) che, «situate all’interno dei consigli dell’ordine, potrebbero gestire molte questioni, contribuendo ad un sensibile smaltimento del contenzioso». Le ipotesi per far viaggiare (senza intoppi) la macchina giudiziaria del nostro paese sono state ieri al centro di un convegno tenutosi a Roma nel Rettorato dell’università «La Sapienza» alla presenza di Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, convinto si debba «restituire ai giudici una nuova autorevolezza, oltre che la possibilità non soltanto di applicare le norme, ma di intervenire, prima del giudicato, per ristabilire il circuito dell’autonomia privata e dei rapporti economici». L’attuale quadro politico-parlamentare, così come è uscito dalle elezioni del 24-25 febbraio, si rammarica, prefigura «un rischio di stasi normativa» perciò sarebbe auspicabile rivalutare «istituzioni in grado di operare sul fronte della legislazione primaria», in primis proprio il Csm, elevato al ruolo di «terza Camera». A cinque mesi dalla bocciatura, da parte della Corte costituzionale, dell’obbligatorietà della media-conciliazione (per eccesso di delega legislativa del dlgs 28/2012, ndr), il confronto fra avvocati e magistrati si condensa sulla ricerca di soluzioni condivise per rendere più efficiente un settore nel quale, prosegue il numero due di Palazzo dei Marescialli, ormai, «se tutto il contenzioso finisce nei tribunali, ci si espone al pericolo di una «paralisi». Da qui parte la necessità di incoraggiare lo sbocciare di «primizie di quelle forme di tutele non giurisdizionali, interne a settori economici, o sociali, che possano assumere, di volta in volta», caratteristiche di grande funzionalità come, incalza Vietti, sta accadendo «esemplarmente» nel caso dell’arbitro bancario e finanziario presso la Banca d’Italia, iniziativa «di crescente successo e di mirabile effettività».

Dal canto suo, il Consiglio nazionale forense, che ha promosso l’evento insieme alla Scuola superiore di studi avanzati dell’ateneo capitolino, continuerà, dichiara il presidente Guido Alpa, sull’onda del fondamentale impulso giunto dall’approvazione, allo scadere della XVI legislatura, dalla legge sull’ordinamento professionale, a farsi carico «della sempre maggiore qualificazione dell’avvocatura» per garantire alla collettività un servizio quanto più possibile valido. E le Camere arbitrali e di conciliazione s’inseriscono in questo processo di miglioramento, poiché possono costituire «la giusta risposta» all’imprescindibile esigenza di smaltire l’arretrato civile «presso le sedi degli ordini degli avvocati». Nel contempo, si assiste all’evoluzione «dal piano dell’accertamento e del recupero del danno erariale» della funzione giurisdizionale della magistratura contabile. Per anni, infatti, s’inserisce Luigi Giampaolino, alla presidenza della Corte dei conti, ci si è focalizzati su «aree, il diritto civile e il diritto penale, del tutto estranee» al compito naturale dell’organismo, ossia «il controllo sull’attività amministrativa finalizzato alla verifica del rispetto dei principi di buon andamento ed imparzialità», come sancito dall’art. 97 della Costituzione. L’impegno nella valutazione dell’illecito, continua, diviene «più sofisticato che in passato» grazie al recente intervento del legislatore: ad esempio, norme come il dlgs 149/2011 (sui meccanismi sanzionatori e premiali relativi a Regioni, Province e Comuni) e la legge 213/2012 sulla riduzione dei costi della politica, «attribuiscono un percorso particolare al dissesto dell’ente locale», sia qualificandolo come «circostanza aggravante del danno erariale», sia rendendolo «elemento necessario e sufficiente per concretare» il danno, cui consegue, ricorda Giampaolino, «la sanzione interdittiva».

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