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I legali «dipendenti» a caccia di un contratto

Sono circa 50mila gli avvocati e i praticanti che lavorano alle dipendenze di un legale “titolare” ma che, di fatto, non esistono. Per loro l’Associazione italiana giovani avvocati chiede il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato e l’iscrizione a un registro.
Una conquista ottenuta dai colleghi francesi con la figura dell’avvocato “salariè”, al quale sono estese, le condizioni previste da un contratto collettivo nazionale. Anche in Inghilterra è previsto il legale “subordinato”, mentre in Spagna il rapporto di lavoro degli avvocati “impiegati” presso uno studio è regolato con un decreto.
«Ci dimentichiamo dell’Europa solo quando si parla di giovani avvocati – spiega Mariella Sottile dell’Aiga -: in Italia l’argomento collaboratore di studio è un tabù. Eppure sono circa 50mila i giovani che hanno un rapporto coordinato e continuativo e tempo pieno per un unico dominus, senza alcuna regolamentazione economica o previdenziale».
Mariella Sottile ha 33 anni, è avvocato dal 2006 e parla anche per esperienza personale: «Superato l’esame di avvocato, sono andata a lavorare per un “senior” fino al 2011. Era un rapporto di dipendenza a tutti gli effetti, anche psicologica. Ma per sopravvivere economicamante contavo sul sostegno dei genitori. Io non sono figlia di avvocati, i miei hanno una panetteria e al loro apprendista sono garantiti una busta paga e i contributi. Non sono elementi che tolgono dignità, anzi. A negare la dignità – conclude Mariella – è l’assenza di riconoscimenti per il lavoro svolto».
A preoccupare l’Aiga sono anche gli effetti che potrà avere in futuro sui “sans papiers” l’articolo 21 della nuova legge forense, che consente di conservare l’iscrizione all’albo solo a chi esercita la professione in maniera continuativa, pur senza fare alcun riferimento al reddito. «Sull’articolo 21 prevedo uno scontro – afferma il presidente dell’Aiaga, Dario Greco -. Anche se il reddito non conta può essere lo stesso difficile dimostrare l’effettivo esercizio per chi lavora, spesso del tutto “in nero”, negli studi. Quell’articolo non deve diventare l'”arma” per cancellare decine di migliaia di colleghi. Il contratto e l’elenco speciale sarebbero una garanzia. Per i giovani – conclude Dario Greco – sarebbe augurabile anche uscire dai tribunali per acquisire nuove competenze e nuove forme di mercato. In questo senso la riforma forense non ci aiuta affatto».
La vita, per i legali dal reddito incerto, resta difficile anche se la nuova legge forense prevede un’iscrizione contestuale all’Albo e alla Cassa senza considerare il reddito, che prima doveva essere almeno di 10mila euro l’anno. Limite che ha fatto “sparire” nel nulla circa 60mila avvocati, per i quali si è creato ora il problema dell’iscrizione d’ufficio. Via questa che, pur con le dovute accortezze, considerano obbligata i vertici della Cassa forense ma che spaventa non poco l’avvocatura timorosa di veder franare la solidità del bilancio sotto il peso dei “peones”. L’inevitabilità dell’iscrizione spaventa, però, anche i diretti interessati. «L’obbligo di iscriversi alla Cassa sta inducendo molti colleghi ad abbandonare la professione prima di averla iniziata. C’è la paura di non potere sostenere le spese che questo comporta – spiega la civilista Anna La Rosa -. Anche per loro il contratto può essere uno strumento di tutela».

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