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I grandi gruppi inglesi contro Brexit

«Le imprese devono avere accesso senza limitazioni a un mercato europeo che supera i 500 milioni di persone per poter crescere, investire, creare occupazione…». Aziende di ogni settore e banche di ogni continente sono uscite pubblicamente allo scoperto dopo mesi, anni, di silenziosa campagna per frenare la smania “secessionista” della Gran Bretagna. Brexit è una minaccia secondo duecento gruppi con sede nel Regno Unito e in particolare per 36 giganti del Ftse100. Da Shell a Bp, da Hsbc, a Vodafone, da Goldman Sachs a Marks and Spencer.
I ceo hanno firmato una lunga lettera al Times in cui illustrano le buone ragioni della permanenza nell’Unione riformata secondo le linee concordate dal primo ministro David Cameron con gli altri Ventisette partner al summit di Bruxelles. «Noi crediamo – hanno precisato i top manager – che lasciare l’Unione europea minacci i posti di lavoro, blocchi gli investimenti metta l’economia a rischio». Il concetto è stato espresso in termini chiari e inequivocabili, ma la presa di posizione ha suscitato polemiche con il fronte “Leave” – quello favorevole al No alla Ue – che ha accusato Cameron di aver diretto l’operazione, sottolineando che la maggior parte delle imprese del Ftse 100 non si sono espresse.
In effetti due terzi circa hanno preferito chiamarsi fuori, ma le motivazioni sono diverse e non possono essere interpretate come una dimostrazione di favore a Brexit. Barclays per esempio ha ricordato che la banca non si esprime mai su temi politici, aggiungendo di ritenere più opportuna la permanenza nell’Ue piuttosto che il contrario. Tesco e le società di grande distribuzione non hanno voluto interferire con gli orientamenti della clientela, altri semplicemente hanno preferito rimanere “coperti” per ragioni diverse. Qualche ceo, certamente, non teme in maniera tanto netta le ricadute di un addio britannico all’Unione. Ma sono pochi fra i big business, più numerosi nelle file delle piccole e medie imprese che però non sembrano considerare la catena dell’indotto di cui spesso le pmi fanno parte.
L’affondo a favore della linea del premier David Cameron è arrivato nel mezzo di una giornata che ha visto rilanciare l’idea di un campione europeo della Borsa (vedi gli articoli a fianco) con la fusione Lse-Deutsche, ma anche nel pieno di un’altra giornata difficile per la sterlina. Anche la Banca d’Inghilterra ha fatto sentire la propria voce, riconoscendo che «la debolezza del pound» interferisce sullo scenario economico accrescendo le prospettive di inflazione. Parole dosate perché il governatore Mark Carney non intende in nessun modo interferire con la scelta politica dei cittadini britannici anche se il suo pronunciamento in occasione del referendum scozzese furono percepite – non a torto – come un aperto sostegno al No alla secessione di Edimburgo. Il pound ieri, a metà pomeriggio, era scambiato 1,4107 dollari in calo dello 0,3%, analoga la contrazione nei confronti dell’euro.
La prospettiva è di ulteriori correzioni al ribasso nei confronti della divisa americana con Deutsche Bank che immagina quota 1,28 dollari per una sterlina entro la fine dell’anno. Previsione che non tiene in considerazione l’esito del referendum perché in caso di pollice verso a Brexit è presumibile un rimbalzo, nonostante l’incertezza sul destino di Londra sia considerata solo una delle cause che pesano sulla divisa britannica.
Gli altolà di imprese e mercati sono stati ulteriormente rafforzati da quello di Jp Morgan Chase. Il ceo dell’investment banking Daniel Pinto in una presentazione organizzata dalla banca americana a New York ha detto che in caso di exit britannico sono da mettere in conto «due o tre anni di intesi negoziati ed enorme incertezza che danneggerà l’economia britannica ed europea».
È questo il messaggio che da ieri il premier David Cameron porta in giro per un Paese scosso dallo scontro ai vertici del partito di governo. Il primo ministro ha infatti avviato il suo roadshow in ogni angolo delle isole britanniche per vendere il deal siglato con i partner. Qualcosa di analogo farà presto il suo oppositore Boris Johnson deciso più che mai a tenere Londra lontana da Bruxelles.
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