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I giudici spingono la conciliazione

Nei tribunali prende piede la conciliazione. I giudici hanno infatti utilizzato i nuovi strumenti introdotti un anno fa dal decreto legge del fare (69/2013). Il Dl non si è limitato a ripristinare il tentativo obbligatorio di mediazione in una serie di controversie prima di rivolgersi al giudice. Ha anche aumentato il potere dei magistrati di “spingere” le parti in lite a trovare un accordo.
In particolare, il Dl 69 ha, da un lato, consentito al giudice di formulare una proposta conciliativa o transattiva (regolata dall’articolo 185-bis del Codice di procedura civile); e, dall’altro, ha modificato la norma che prevedeva la possibilità per il magistrato di invitare le parti a tentare la mediazione dandogli il potere di ordinarlo (previsto dall’articolo 5, comma 2, Dlgs 28/2010).
Si tratta di strade che, nei primi 12 mesi di applicazione della riforma, sono state battute in molti tribunali italiani (da quelli metropolitani a quelli più piccoli). E le decisioni dei magistrati hanno contribuito a chiarire i contorni dei nuovi strumenti conciliativi.
La proposta giudiziale
Il giudice, in base all’articolo 185-bis del Codice di procedura civile, alla prima udienza o comunque entro la fine dell’istruzione della causa, può formulare alle parti una proposta conciliativa o transattiva, se valuta che sia possibile, tenuto conto della natura del giudizio, del valore della controversia e dell’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto.
Si tratta di una proposta, come ha chiarito la giurisprudenza (ordinanza del tribunale di Roma del 21 ottobre 2013), connotata da una dose di equità. Tentare di chiudere in questo modo la lite è considerato particolarmente utile nel caso di controversie che vertono su questioni seriali (ordinanza del tribunale di Fermo del 17 ottobre 2013). Inoltre, la proposta può tenere conto anche delle questioni di lite tra le parti che non sono oggetto del processo in corso, ma pur sempre connesse con questo, di modo che l’assetto conciliativo vada a comporre il conflitto nel suo complesso e non solo la singola controversia (decreto del tribunale di Milano del 14 novembre 2013). Le parti devono accogliere e valutare con serietà la proposta conciliativa: secondo i giudici, il comportamento agnostico e deresponsabilizzato della pubblica amministrazione rispetto a una proposta giudiziale può condurre a una responsabilità per danno erariale (ordinanza del tribunale di Roma del 24 ottobre 2013).
L’ordine di mediazione
Il giudice ha inoltre il potere di disporre il tentativo di mediazione. Lo può fare sia in primo grado, sia in appello, dopo avere valutato la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti. In questo caso, l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale anche in sede di appello.
La giurisprudenza ha chiarito che il giudice può ordinare alle parti di “trasferirsi” di fronte a un organismo anche quando la mediazione sia stata già oggetto di un altro tentativo svolto in precedenza, eventualmente anche per rispettare la condizione di procedibilità prevista dal Dlgs 28/2010 (ordinanza del tribunale di Roma del 5 dicembre 2013). Il principio di effettività della mediazione disposta dal giudice (ma anche di quella obbligatoria per legge) costituisce l’interpretazione che più di tutte le altre ha caratterizzato la nuova mediazione delegata. Le parti devono partecipare personalmente (e solo in via eccezionale possono essere sostituite da un procuratore), assistite dai rispettivi avvocati e devono effettivamente svolgere la mediazione. Fermare la procedura nella fase informativa del procedimento non consente di ritenere esperito il tentativo e la procedura deve essere completata, pena la declaratoria di improcedibilità del giudizio in corso (ordinanze del tribunale di Firenze del 18 e del 19 marzo).

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