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I giudici portoghesi rimettono in allarme i mercati europei

È il gioco pauroso del domino? Forse sì: prima la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo, poi la Spagna, poi Cipro. Ed ora, di nuovo il Portogallo: dove all’ora di cena, l’altra sera, dopo essersi consultato con il presidente della Repubblica Aníbal Cavaco Silva, il primo ministro Pedro Passos Coelho si affaccia alla tv e parla di «emergenza nazionale», di «possibile uscita dall’euro», e di un secondo salvataggio da richiedere all’Eurozona, dopo quello appena ricevuto in condizioni di emergenza. E questa volta, non si tratta di carte truccate o di banche imbroglione. Questa volta, è proprio la legge, anzi la Costituzione, a tirare il freno a mano dell’economia: la Corte costituzionale ha infatti annullato alcune misure anti-crisi previste nella legge finanziaria 2013, e senza quei tagli il governo si è ritrovato con 1,35 miliardi in meno nelle casse. Mentre è già avviato il «semestre europeo», quella complessa procedura che porta gli Stati a sintonizzare e confrontare i propri programmi finanziari, sottoponendoli a controlli incrociati, per poi avere il via libera di Bruxelles. La Corte costituzionale di Lisbona non torna indietro: i tagli minacciati riguardavano pensioni, abitazioni e altro, insomma sarebbero stati intaccati basilari diritti protetti appunto dalla carta suprema. Il governo Passos si è rivolto allora a Bruxelles, sperando in una qualche elasticità prima del capitombolo finale. Ma la Commissione europea «ha ribadito l’obbligo per il Portogallo di mantenere gli impegni già assunti per il 2013». Traduzione in volgare: «Abbiamo già dato». E niente sconti, anche perché sono già tanti a chiedere sconti fuori dai palazzi della Ue: dalla Romania, a Malta, alla Bulgaria. E anche perché, dalla Germania, si è già fatto sentire uno poco propenso alla beneficenza finanziaria: Wolfgang Schäuble, ministro tedesco delle Finanze, ha subito ricordato ai portoghesi che devono mantenere i loro impegni, cioè restituire i prestiti avuti.
Il primo ministro Passos Coelho ha ora promesso che cercherà di tagliare le spese pubbliche, piuttosto che incrementare le entrate e cioè aumentare le tasse. Ma ha parlato di spese più basse nella sanità, nell’istruzione, nella sicurezza sociale: i soliti bersagli di ogni crisi. Nel bilancio 2013, già si prevedevano un 14% di tagli nelle sovvenzioni alle imprese pubbliche, ma qui si parla di ben altro. «Ridurre il deficit — ha comunque ricordato il premier — è la condizione indispensabile per mantenere il Portogallo nell’Eurozona e in Europa».
Ma questo è un discorso già udito per vari altri Paesi, purtroppo. E il gioco del domino ha grovigli insospettabili: le banche portoghesi hanno stretti contatti con quelle spagnole, le compagnie turistiche che investono a Porto hanno spesso portato i loro lingotti e le loro obbligazioni nelle banche di Salonicco. Al prossimo Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari dell’Eurozona a Dublino, probabilmente «Portogallo» sarà una parola molto ripetuta.

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