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I giudici contro 3 banche: “Stop anatocismo”

«Per le banche è un disastro. Se togliamo la capitalizzazione trimestrale su tutti i conti correnti dove c’è un fido si parla di grosse cifre per tutti gli istituti ». A dirlo non è un sobillatore, ma un avvocato delle banche italiane, che nel Foro meneghino hanno subìto due orientamenti negativi e forse tombali sull’anatocismo, l’applicazione degli interessi sugli interessi che da vent’anni fa litigare chi presta e chi riceve denaro. Come effetto, s’annuncia la sospensione di migliaia di decreti ingiuntivi con cui le banche chiedono crediti e interessi a clienti in contenzioso, e una serie di class action delle associazioni dei consumatori, per i rimborsi. Lo studio Marcelli, tra i principali membri di Assoctu (che per i Tribunali realizza le perizie d’ufficio), stima «oltre 2 miliardi di euro di illegittimi ricavi bancari nel solo 2014».
Gli orientamenti dei giudici della Sesta sezione, specialista del diritto bancario nel Foro competente per tutte le maggiori banche, sono del 25 marzo e 3 aprile, e dichiarano già effettivo il divieto di anatocismo, in vigore dal primo gennaio 2014 con la riforma del Tub, ma negli usi disapplicato, in attesa di un parere del Comitato interministeriale credito e risparmio che in 16 mesi non è ancora arrivato. Un esempio: se la banca eroga 1.000 euro al 10%, in un anno matura interessi di 100 euro, al secondo 100, per un debito di 1.200 euro. Con l’anatocismo dal secondo anno l’interesse è 110, il debito 1.210.
Nel 1994, quando nacque il Tub, l’anatocismo era contemplato in rari casi. Dopo molti contrasti, la Cassazione (1999) ne stabilì la nullità. Ma il Cicr governativo nel 2000 lo reintrodusse, a patto riguardasse interessi a debito e a credito. A fine dicembre 2013, la legge di riforma del Tub chiariva che l’interesse va calcolato sul solo capitale: ma per 16 mesi, silente il Cicr, le banche hanno fatto melina. Di qui l’azione inibitoria di un’associazione di consumatori, respinta in prima istanza dal giudice monocratico, ma accolta dal collegio dopo il ricorso: «L’interpretazione s’impone in forza del dato letterale della norma, lapidario dove precisa che gli interessi non possano produrre ulteriori interessi », si legge. Anche il parere di Bankitalia, per cui il nuovo articolo 120 del Tub «rimarrebbe sospensivamente condizionato all’intervento del Cicr», è respinto: «Nessuna specificazione tecnica di carattere secondario può limitare portata o decorrenza del divieto, pena ammettere che una norma primaria possa essere derogata da una disposizione subordinata ». «È il primo vero colpo all’usura bancaria – dice Giovanni Pastore, imprenditore in prima linea nelle cause alle banche – che viene dalla Sesta sezione di Milano, non sempre severa con gli istituti».
Le tre banche coinvolte – Deutsche Bank, Banca Popolare di Milano e Ing Bank – dicono congiuntamente, che «la vicenda interessa tutto il sistema bancario, a causa di un assetto normativo non completo, dovuto alla perdurante assenza di regole amministrative che, per il Tub, dovrebbero stabilire modalità e criteri per gli interessi e dare certezza a clienti e operatori». Le banche potrebbero fare ricorso in Cassazione, sperando nel Cicr. Ma come ha scritto Antonio Donvito, esperto di diritto bancario, può rivelarsi una strategia debole: «L’alternativa è rinunciare agli interessi anatocistici maturati dopo il primo gennaio».
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