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I giudici alzano lo scudo sulle società estinte

Le modifiche alla normativa sulle società estinte non possono avere portata retroattiva poiché introducono nuove regole sulle prove, la cui produzione potrebbe comportare l’accoglimento ovvero il rigetto del giudizio. 
Dopo la recente pronuncia della Cassazione (sentenza n. 6743/2015), anche vari giudici di merito investiti della problematica (si veda l’articolo in basso) stanno confermando l’irretroattività della normativa introdotta dal decreto sulle semplificazioni fiscali (Dlgs n. 175/2014).
In considerazione dei numerosi contenziosi in corso che riguardano soggetti estinti, e della differente interpretazione sostenuta dagli uffici dell’agenzia delle Entrate (in base alle indicazioni fornite a livello centrale con le circolari 31/E/2014 e 6/E/2015) può tornare utile verificare i termini della questione e le azioni da intraprendere in termini difensivi.
I giudici di legittimità hanno ricordato che il decreto è stato emesso in attuazione degli articoli 1 e 7 della legge delega n. 23/2014, che ha imposto l’obbligo di rispettare lo Statuto dei diritti del contribuente e quindi anche la norma secondo cui le disposizioni tributarie non hanno effetto retroattivo. Già da tali presupposti, discende che il legislatore delegato non avrebbe avuto il potere di derogare lo Statuto perché la legge delega gli ha imposto lo specifico obbligo di rispettarlo.
La Cassazione ha poi richiamato l’articolo 11 delle preleggi («La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo») affermando che costituisce un criterio interpretativo «di fondo, operante per i casi dubbi, allorché la successiva disposizione tributaria di pari grado nulla espressamente preveda circa la sfera temporale». La Suprema corte ha conclusoe pertanto per l’irretroattività della disposizione, precisando (in modo condivisibile) che, seguendo una lettura differente, la possibile efficacia retroattiva si trasformerebbe per gli uffici in una «sanatoria in relazione ad atti notificati a società già estinte per le quali la richiesta di cancellazione e l’estinzione siano intervenute anteriormente al 13 dicembre 2014». Escludendo quindi che la legge delega abbia voluto sanare le irregolarità commesse in passato dagli uffici, l’unica possibile conclusione è che la norma possa avere validità solo per il futuro.
Occorre poi tener presente che il decreto è stato emanato in virtù degli articoli 1 e 7 della legge n. 23/2014 con l’obiettivo di semplificare il sistema tributario.
L’articolo 1 prevedeva il rispetto dei principi costituzionali, nonché del diritto europeo e dello Statuto dei diritti del contribuente, mentre l’articolo 7 la revisione sistematica dei regimi fiscali, al fine di eliminare complessità superflue e di revisionare gli adempimenti-doppione o poco utili per il controllo e l’accertamento.
Ma per le soietà estinte, l’articolo 28 del decreto 175 ha inaspettatamente introdotto:
una deroga pro-amministrazione alle disposizioni del codice civile;
un nuovo regime probatorio sfavorevole al contribuente (liquidatore, amministratore, socio);
implicite deroghe alla normativa sul contenzioso tributario e del lavoro.
Si tratta a ben vedere di materie che nulla hanno a che fare con quanto poi disciplinato nel decreto che avrebbe dovuto in realtà riguardare la revisione degli adempimenti superflui o doppi, o ancora di scarsa utilità per l’amministrazione ai fini del controllo e dell’accertamento.
Potrebbe pertanto rilevarsi in sede difensiva anche un eccesso di delega con conseguente incostituzionalità della norma delegata.
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