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I fondi Ue guardano a est

Più risorse alle regioni europee che hanno sofferto maggiormente la crisi degli ultimi anni, soprattutto in termini di perdita di posti di lavoro. Scommessa sulla ricerca, concentrando sul programma Horizon 2020 i fondi destinati a migliorare la competitività attraverso la crescita e l’occupazione. Taglio deciso delle risorse per le politiche agricole: quasi 6 punti percentuali in meno rispetto al bilancio precedente, che colpiscono soprattutto gli aiuti al reddito. Sono le tre novità principali del Quadro finanziario pluriennale (Multiannual financial framework) dell’Unione europea per il periodo 2014-2020.
Approvato dopo un estenuante negoziato durato quasi due anni e mezzo, il budget distribuisce circa mille miliardi di euro per il finanziamento delle strategie di crescita e di sviluppo dell’Unione per i prossimi sette anni. Un soffio sopra l’1% del reddito nazionale lordo dei 28 paesi membri. Il bilancio federale degli Stati Uniti è pari al 25% del Pil americano, giusto per avere un termine di paragone e per capire quanta strada si potrebbe ancora percorrere verso un’Europa più federale.
Sia pure solo di qualche decimale, è la prima volta che l’ammontare complessivo del bilancio Ue viene ridotto in termini di percentuale sul Pil rispetto al periodo precedente. Sotto le pressioni dell’euroscetticismo crescente in molti paesi, anche a Bruxelles hanno deciso di contenere le spese amministrative, per il funzionamento del complesso apparato delle istituzioni comunitarie, che incideranno per il 6% sul budget contro il 6,4% del bilancio precedente.
Il taglio dei finanziamenti alla politica agricola comune colpisce soprattutto i paesi della “vecchia” Europa, in particolare la Francia, che con 63 miliardi di euro (si veda l’infografica a fianco) resta uno dei principali beneficiari nonostante la riduzione secca del 10 per cento. Per l’Italia il taglio è solo un po’ meno pesante (3 miliardi di euro, -7,4%) e di poco superiore a quello subìto dalla Germania, che però resta ampiamente davanti (44 miliardi contro 37). Chi ci guadagna è l’Est Europa, la Polonia prima di tutto, che fa un balzo di oltre il 21% a 32 miliardi, e la Romania che raddoppia la dote di risorse comunitarie per l’agricoltura da 10 a 20 miliardi di euro per i prossimi sette anni.
Nella distribuzione dei fondi per le politiche di coesione territoriale (fondi Fesr e Fse), l’Italia è riuscita a ottenere 4 miliardi in più rispetto al 2007-2013 (+13,8%) più che compensando le “perdite” sul fonte Pac. Cosa che non è accaduta, invece, per la Francia, che con la coesione recupera solo 1,6 miliardi. Sia per la Spagna che per la Germania, invece, la riduzione è stata pesante: circa 7 miliardi in meno ciascuno, rispettivamente -18 e -27 per cento. A Est brinda ancora la Polonia, che porta a casa 10 miliardi in più anche per le politiche di coesione.
L’Italia, dunque, dalla partita del bilancio europeo non è uscita male. Dove rischia – e molto – è nella capacità di spendere con efficacia una dote complessiva che supera i 70 miliardi. Sulla vecchia programmazione, infatti, restano ancora forti criticità amministrative soprattutto nelle regioni che inchiodano la percentuale di spese certificate al 54,3% del totale, tra le peggiori dei 28.
C’è poi l’altra partita, quella su ricerca e sviluppo. Ma qui a giocarsela dovranno essere soprattutto i centri di ricerca e le imprese. Ad accaparrarsi le risorse di Horizon 2020 (80 miliardi, di cui 7,8 già stanziati per quest’anno e quasi altrettanti per il 2015) saranno i progetti migliori, a prescindere dalla provenienza nazionale. I primi bandi sono stati già pubblicati e riguardano l’eccellenza scientifica, le tecnologie dell’informazione, salute, cambiamento demografico, sicurezza alimentare, agricoltura sostenibile, energia sicura e pulita, trasporti intelligenti.
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