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I Fondi sovrani puntano a Ovest

Addio agli investimenti più o meno spericolati sui mercati (ex) emergenti, o sui settori dalle prospettive incerte: i fondi sovrani ora fanno rotta sui porti sicuri. E guardano a Occidente: l’Europa, gli Stati Uniti, l’Australia. Un grande ritorno. Meglio, una «grande riallocazione», per usare l’espressione che campeggia sull’ultimo rapporto del Sovereign Investment Lab del Centro Baffi della Bocconi, che si presenta oggi a Firenze. 
La fotografia, aggiornata a fine 2013, segnala che l’ammontare complessivo delle risorse a disposizione dei Fondi sovrani, patrimoni giganteschi costruiti per lo più grazie alle esportazioni di petrolio e gas, ormai ha ampiamente superato i 4,15 trilioni di dollari (oltre 3mila miliardi di euro), quasi il 30% in più di fine 2012. Il merito, però, è soprattutto dei mercati, e in particolare del rally delle borse mondiali del 2013, che ha gonfiato patrimoni da sempre pieni zeppi di azioni; in calo, invece, i contributi derivanti dalle attività sottostanti ai fondi: il calo del petrolio, l’effetto-shale gas, il rallentamento delle vendite estere di alcuni grandi paesi esportatori (Cina in testa) hanno iniziato a contrarre la crescita “naturale” dei veicoli d’investimento di Paesi abituati fino a ieri a un flusso continuo e cospicuo di risorse fresche. Proprio per questo, passata l’euforia che aveva spinto i fondi a scegliere investimenti spesso ad alto rischio, «ora si privilegiano scelte più prudenti, sia sul fronte delle aree di destinazione dei fondi che dei settori d’intervento», riportano i ricercatori del Sil.
I flussi del 2013
Così si spiega la progressiva ritirata dai Paesi emergenti. Con il Brasile che è sceso dai 2,98 miliardi di dollari di investimenti attratti nel 2012 agli 1,37 dello scorso anno, e la Cina che si è dovuta accontentare di di 1,13 miliardi dopo un’alluvione da oltre 9 miliardi un anno prima; segno opposto per la maggior parte dei paesi europei, ma anche per l’Australia (da 1,19 a 4,02 miliardi) e soprattutto gli Stati Uniti, che dai 2,12 miliardi investiti nel 2012 l’anno scorso sono riusciti ad attrarre quasi 8 miliardi di fondi per lo più mediorientali, cinesi e ora anche scandinavi, visto che anche il Fondo pensione norvegese – il più grande tra i fondi sovrani con i suoi 840,8 miliardi di dollari a fine 2013 – per la prima volta nel 2013 ha vinto il tabù degli Stati Uniti. Discorso analogo per i settori: dopo aver per anni fatto la corte alla finanza, alle materie prime, ai metalli preziosi, ora si cercano approdi meno tempestosi nel real estate, nelle infrastrutture, nelle utility. In pratica, tutto ciò che offre un po’ meno ma garantisce di più.
I grandi deal
Nel 2013 si sono investiti 50,1 miliardi, in calo dai 58,4 del 2012 – altro segno di maggior prudenza. E tra i 175 deal spicca ad esempio l’acquisizione da parte del Fondo sovrano di Singapore del maxi complesso immobiliare londinese di Brodagate per 2,78 miliardi di dollari, una cifra che ne fa la più grande operazione del real estate in Europa dopo la crisi finanziaria. E nella top20 dell’anno compare anche l’Italia, con la cessione dell’area milanese di Porta Nuova alla Qatar Investment Authority; l’esborso in quel caso è stato di poco superiore al miliardo di dollari, che – sommato al rafforzamento di Mubadala nel capitale di Piaggio Aero e all’acquisto dello storico hotel Eden di Roma da parte di Dorchester, a sua volta riconducibile alla Brunei investment agency – porta il “bottino” italiano a un miliardo e mezzo, sui livelli dello scorso anno.
Il report
La presentazione del rapporto, si diceva, è in programma per oggi a Firenze. L’evento, realizzato in collaborazione con lo Studio legale Scala, si apre alle 10 al Four Seasons hotel: tra gli altri, sono attesi il generale americano Davide Petraeus, ora presidente del Kkr Global institute, il direttore del Russian direct investment fund, Sean Glodek, Mohammad Mazraati del National development fund of Iran, Stefan Frank, capo strategie della Qatar investment authority e Franco Bassanini, presidente della Cdp.
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