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«I fondi sovrani? Mattone e reti»

Dieci anni fa l’analista russo Andrew Rozanov coniò l’espressione «fondi sovrani» (sovereign wealth funds, swf). Anche grazie a quello studio i fondi controllati dagli Stati cominciarono ad essere considerati in modo differente. A dieci anni dallo sdoganamento accademico, i capi di 34 fondi sovrani da 31 Paesi — produttori di petrolio e materie prime e grandi esportatori — si riuniscono a Milano per il settimo forum internazionale dei fondi sovrani (in sigla, Ifwsf), da oggi a giovedì 1. Sul tavolo non ci sono solo gli investimenti ma anche la governance.
«Ora che i Swf sono diventati investitori normali, vogliono essere investitori attenti a prospettive e a ruolo che possono assumere nella creazione di valore», spiega Bernardo Bortolotti, direttore del Sovereign Investment Lab-Bocconi. La visione dei fondi sovrani è mondiale ma al forum si discuterà tanto di Europa, del piano Juncker da 300 miliardi per le infrastrutture, e di Italia, con la partecipazione del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e dello Sviluppo economico, Federica Guidi.
In Italia i fondi sovrani hanno già investito negli ultimi quattro anni circa 5,8 miliardi di dollari. «Due terzi degli investimenti sono nel mattone», continua Bortolotti, «mentre, pur essendo soci di grandi istituti, in generale c’è un calo progressivo di investimenti nelle banche. I Swf cercano piuttosto progetti con redditività magari anche non nell’immediato ma ancorati a cespiti reali con ricadute nell’economia, per esempio reti e infrastrutture». Come i cinesi di Gingko Tree — fondo della People’s Bank of China — che punta ad entrare in Aeroporti di Roma, dove è già dentro Singapore.
In Italia immobiliare e fondi significano soprattutto Qatar, il cui fondo Qia ha rilevato Porta Nuova a Milano per 2,5 miliardi. «Hanno investito ancora in fase di sviluppo, e in momento critico dal punto di vista politico con l’avvicendamento tra Monti e Letta», ricorda Manfredi Catella, che prima con Hines Italia e ora come ceo di Coima sgr è l’italiano forse più a contatto con i Swf, «ma avendo un’ottica di lungo periodo sono riusciti a vedere le potenzialità». I fondi, continua Catella, «chiedono redditività, partner locali di fiducia e un governo che sappia accogliere gli investimenti. È ciò che sta accadendo: Cdp si è attrezzata molto bene e il Fsi ha anticipato i tempi di questo trend stringendo alleanze con vari fondi sovrani».

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