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I fondi italiani tentano il recupero

L’industria dei fondi italiani continua a perdere terreno e scivola al 14-esimo posto nella classifica mondiale, superata anche da Spagna e Svezia. Un peccato perchè proprio in un anno – il 2012, che l’indagine dell’ufficio studi di Mediobanca ha analizzato nel dettaglio – nel quale i rendimenti prodotti dalla gestione sono stati tutt’altro che disprezzabili. Colpa forse dell’onda lunga di performance deludenti nell’arco degli anni che non sono riuscite a salvaguardare il patrimonio quanto i vecchi BoT, teoricamente risk-free. Ma il tempo è galantuomo e quest’anno per i fondi è iniziato con nuove sottoscrizioni che, per la prima volta da nove anni, sono state superiori ai riscatti. La rincorsa è lunga, ma la speranza è di risalire la china da fondo classifica.
L’inversione della raccolta
L’indagine di Mediobanca riguarda 923 fondi di diritto italiano, che rappresentano il 95% dei fondi aperti e oltre il 97% nelle altre categorie. Ebbene, questi fondi lo scorso anno hanno subito ancora un’emorragia di riscatti dell’ordine di 9 miliardi. Il risultato è che, sebbene il patrimonio sia salito leggermente grazie ai risultati della gestione, la cifra di 196 miliardi è il valore più basso degli ultimi 15 anni dopo il minimo toccato l’anno precedente a 192 miliardi. Tuttavia, appunto, la buona notizia è che il primo trimestre del 2013 ha cambiato colore, annullando il rosso della raccolta. Le nuove sottoscrizioni hanno infatti superato i riscatti di 6,7 miliardi: al saldo positivo dei fondi gestiti da gruppi italiani ma domiciliati all’estero – 4,9 miliardi di raccolta netta positiva – si è aggiunto l’apporto dei fondi italiani-italiani per 1,8 miliardi. Il trend positivo è proseguito almeno fino a tutto maggio, a quando risalgono gli ultimi dati di mercato disponibili.
I rendimenti
Lo scorso anno il rendimento medio netto dei fondi italiani è stato del 6,2%. In particolare, i fondi aperti hanno reso il 6,9%: i migliori gli azionari (10,4% i fondi aperti, ma 11,1% il complesso dei fondi azionari), seguiti dai bilanciati (8%) e dagli obbligazionari (7,4%). I fondi flessibili hanno registrato una eprformance positiva del 5,4%, i monetari del 3,7%. Tra le altre categorie, i fondi riservati hanno reso il 6,3%, i fondi di fondi collegati il 4,6% e i non collegati il 7,4%, gli speculativi il 4,2%, i fondi pensione negoziali l’8,2% e i fondi pensione aperti il 9,1%. Segno meno solo per i fondi immobiliari, il cui risultato di gestione è stato negativo del 3,8%.
Risultati che si confrontano, per avere un riferimento, con il +12,6% delle Borse mondiali e il +5,3% di rendimento dei BoT. Non male quindi per i fondi italiani nel 2012. anche se guardando indietro le performace dei fondi non sono risultate soddisfacenti nel medio-lungo periodo. Perdente, per esempio, è il confronto con i BoT. Infatti, chi avesse investito in fondi comuni negli ultimi 29 anni avrebbe aumentato il patrimonio di 3,7 volte, mentre chi avesse puntato sui BoT avrebbe incassato un incremento del capitale iniziale di 4,8 volte. Anche i fondi pensione non reggono il confronto con il Tfr: fatto 100 l’anno 2000, il rendimento cumulato dei fondi negoziali risulta pari al 37,3%, ancora, seppur di poco, inferiore alla rivalutazione del Tfr che nello stesos periodo è stata del 38,7%. Molto peggiore la performance dei fondi pensione aperti che, nei dodici anni considerati, hanno guadagnato appena il 9,1 per cento.
I costi restano salati
I costi di gestione addebitati ai fondi azionari hanno toccato nel 2012 il massimo storico del 2,8% che riflette l’incremento delle commissioni di performance allo 0,4%, pure questo un record. Costi salati per tutte le categorie: sui bilanciati le commissioni sono salite all’1,8% dall’1,6% dell’anno prima, per gli obbligazionari l’1,25 è il massimo dal 2001. Un trend al rincaro che si discosta dal quadro internazionale. In particolare negli Usa, dove negli ultimi anni i costi di gestione sono scesi, le commissioni sui prodotti azionari si sono attestate allo 0,77% (contro appunto il 2,8% degli italiani), quelle sui fondi monetari allo 0,17% rispetto allo 0,7% della media italiana.
Le classifiche
L’industria italiana dei fondi era terza al mondo, dietro a Usa e Francia, ancora negli anni ’98, 2001 e 2002. Nel 2012 è precipitata in 14-esima posizione. Rapportato al Pil il patrimonio gestito si è rimensionato al 12% quando nel ’99 era arrivato al 42%. Aggiungendo i fondi domiciliati nel Lussemburgo cambia poco. Comunque nel Granducato i prodotti gestiti da gruppi italiani lo scorso anno assommavano a 186 miliardi di patrimonio, quinti nella graduatoria lussemburghese (7,8% del totale) dietro a Usa (23,4%), Germania (15,8%), Svizzera (14,8%) e Regno unito (14,1%).

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