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I fondi esteri? Primi soci in Borsa Quando in assemblea dicono «no»

Bocciature, ribaltoni, risultati a sorpresa. Con l’ultima stagione assembleare in Piazza Affari si è chiusa l’epoca delle assise chiamate a ratificare le decisioni dell’azionista di controllo. E ora in diverse società quotate si impone una riflessione perché, al prossimo rinnovo dei consigli, esito del voto e maggioranza non sono scontati. E un dissenso di rilievo su temi sensibili come compensi e incentivi può influire su reputazione e decisioni di investimento.
Secondo le rilevazioni dello studio legale di Dario Trevisan, che da anni nelle assemblee rappresenta per delega i fondi internazionali, gli investitori istituzionali, per la quasi totalità esteri, sono in diversi casi il primo o secondo azionista: così in Telecom, dove i fondi rappresentati hanno raggiunto il 27,8% del capitale ed è imminente lo scioglimento di Telco (22%); così in Generali, nonostante i fondi in assemblea siano più “leggeri” (15,27%); in Unicredit (fondi presenti: 32,46% del capitale), in Intesa Sanpaolo (31,56%), in Mps (22,27%). Guidano la graduatoria delle società a maggior presenza di investitori internazionali Prysmian e Azimut (oltre il 50%), mentre la chiude Salini-Impregilo con l’1,29%. «La stessa partecipazione al voto dei fondi è oggi auspicata dalla società perché è un segno di attenzione», sottolinea Trevisan, «e l’atteggiamento dei fondi esteri è cambiato: un tempo erano in sostanza “neutrali”, allineati per default con la maggioranza. Oggi invece votano seguendo le best practice e nella maggior parte dei casi si esprimono a favore delle liste di minoranza di Assogestioni, con la quale è cresciuta la collaborazione per la presentazione dei candidati».
Policy che possono cambiare l’esito delle votazioni. Lo si è visto in Eni, Finmeccanica e Terna, dove i fondi esteri in assemblea erano presenti rispettivamente con il 28,69%, il 27,55% e il 26,87%: la modifica statutaria proposta dal Tesoro sui requisiti di onorabilità non è passata in sede straordinaria perché gli investitori istituzionali hanno votato «no», mentre è stata approvata in Enel dove la loro quota è inferiore (20,16%). Un «no» motivato dal fatto che la clausola etica prevedeva la decadenza degli amministratori per rinvio a giudizio che «secondo la prassi internazionale è un atto dell’accusa, e quindi di parte», spiega Trevisan.
E poiché l’adeguatezza di una proposta in assemblea rispetto alle best practice è il punto cardine nell’orientamento dei fondi internazionali, le ragioni di un voto contrario possono anche non riguardare il merito: pesano pure la chiarezza di formulazione o la tempistica nella presentazione. Ecco dunque che su compensi o piani di incentivazione i no sono stati «pesanti» e spesso in ragione di metodologie o tempistiche previste. Così, per esempio, in Intesa Sanpaolo, sulle politiche di remunerazione più della metà dei fondi internazionali (quindi il 17,42% del capitale) ha votato contro oppure si è astenuta o è uscita dalla sala. In Gtech, dove i fondi internazionali si sono presentati in assemblea con il 17,9% del capitale, l’area del no ha raggiunto il 12,98%, mentre in Terna è stata pari al 18,62%. La proposta sui compensi al consiglio in Eni non ha visto favorevoli quasi tutti i fondi internazionali (24,08%), così come in Finmeccanica (23,74%).
A questo punto, centrale diventa per molti il rinnovo dei consigli: le liste di maggioranza «rischiano» di non passare. E qui Trevisan cita il caso Prysmian: «I fondi esteri l’ultima volta hanno votato in prevalenza i candidati del board. Certo, è una public company e il consenso è andato comunque a nomi proposti dal mercato. Ma liste adeguate per competenza e indipendenza possono “convincere” gli investitori internazionali. Bisogna ragionare in linea con il mercato. E ascoltarlo con attenzione». Lo diceva anche Larry Fink, fondatore di BlackRock, in una lettera ai vertici delle aziende: la collaborazione con gli investitori di lungo periodo può migliorare la governance delle società. A vantaggio di tutti.

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