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I fondi esteri all’attacco sul consiglio Parmalat

di Antonella Olivieri

L'iniziativa forse è uscita allo scoperto prima del tempo. Tant'è che di nomi certi per il prossimo rinnovo del consiglio Parmalat ancora non ce ne sono, ma, dopo le indiscrezioni riportate dal Corriere della Sera, un gruppo di fondi internazionali, su richiesta Consob, ha confermato e precisato di avere intenzione di presentare una propria lista sia per il board che per il collegio sindacale. Anzi, i tre fondi Skagen, Mackenzie e Zenit, che detengono direttamente o indirettamente il 15,3% del capitale di Collecchio, hanno già firmato martedì un «accordo di coordinamento» che si scioglierà una volta terminata la prossima assemblea di bilancio.

L'obiettivo è quello di imprimere una svolta alla gestione del gruppo per chiudere la stagione della ristrutturazione – che ha visto grande protagonista Enrico Bondi – ed aprire una nuova fase per un gruppo che, forte di 1,4 miliardi di liquidità recuperati con le azioni giudiziarie, è stato rimesso nelle condizioni di muoversi con le proprie gambe.

I fondi, che si presentano come «investitori di lungo termine», fanno sapere che presenteranno una lista di undici nominativi per il cda e di cinque per il collegio sindacale, riempiendo perciò tutte le caselle con candidati di elevato standing finanziario e industriale, sia a livello nazionale che internazionale. Il comunicato specifica che «allo stato nessuna decisione è stata presa sui nominativi dei candidati», ma, allo stesso tempo, non menziona il nome di Bondi che pure risulterebbe disponibile per un terzo mandato se gli azionisti glielo chiedessero. Per contro, senza conferme ufficiali, per la presidenza circola l'ipotesi di Rainer Masera, ex banchiere centrale ed ex presidente del gruppo Sanpaolo-Imi.

Il fondo svedese Zenit, che detiene una quota dell'1,98%, era presente anche nella compagine che nel 2008 aveva sostenuto la riconferma di Bondi alla guida di Parmalat. La quota maggiore, il 7,84%, è detenuta però dal fondo canadese Mackenzie, che lo scorso anno aveva sollecitato, senza risultato, la distribuzione di risorse agli azionisti. Il terzo socio è il fondo norvegese Skagen col 5,5%. Secondo quanto dichiarato, i tre pattisti si propongono di «lavorare insieme per individuare dei candidati che possano accompagnare Parmalat in una nuova fase di sviluppo», volta al «rafforzamento dell'attuale posizionamento sul mercato italiano», al «miglioramento della performance operativa», all'espansione all'estero «anche tramite acquisizioni». Acquisizioni che finora non si sono concretizzate.

Le liste dovranno essere presentate entro il termine del 18 marzo in vista dell'assemblea prevista per il 12-13 o 14 aprile in prima, seconda e terza convocazione. Il consiglio del 2 marzo che esaminerà il bilancio deciderà se convocare i soci anche in sede straordinaria per deliberare su alcune modifiche statutarie previste dal decreto legislativo del 27 gennaio 2010, a riguardo per esempio del numero delle convocazioni assembleari, l'utilizzo dei proxy collector, la shareholders' identification.

Troppo presto comunque per considerare chiusi i giochi. Ancora lo scorso anno Bondi era riuscito ad arginare la protesta dei fondi che reclamavano una politica di distribuzione dei dividendi più generosa rispetto al pay-out del 50% previsto per statuto, che l'ad considera un tetto. Il braccio di ferro continua, e la Borsa lo registra spingendo Parmalat in rialzo del 5,48% a 2,26 euro: si vedrà se il super-commissario ha le sette vite (o nove come dicono gli anglosassoni) di un gatto.

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