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I filtri anti-download «ledono i diritti» su privacy e libertà

di Daniele Lepido

Proteggere a tutti i costi il copyright, obbligando i provider internet a filtrare minuziosamente il traffico generato dai suoi clienti e a separare il grano dalla pula del peer-to-peer (lo scambio illegale di file), potrebbe «in linea di principio ledere i diritti fondamentali».

È quanto ha scritto nella sua "conclusione" l'avvocato generale della Corte di Giustizia europea, il professor Jesus Cruz Villalón, in merito al contenzioso che da sette lunghi anni oppone il gestore internet belga Scarlet Extended alla Société belge des auteurs compositeurs et éditeurs (Sabam), la Siae di Bruxelles, nella causa C-70/11. Un parere preventivo, è bene ricordarlo, non vincolante per la Corte di Giustizia, ma che nei casi più complicati per i quali è richiesto potrebbe invece essere "ascoltato" dai giudici che entreranno in camera di consiglio per la decisione finale.

La vicenda è nota: prima nel 2004 e poi nel 2007, alla Scarlet era stato imposto di inibire «qualsiasi forma di invio o ricevimento da parte dei suoi clienti, mediante software peer-to-peer, di file contenenti opere musicali del repertorio della Sabam». E questo attraverso una complicata attività di filtraggio del traffico web, imposto dalla stessa industria musicale, che si avvaleva di un software denominato Audible Magic. Un filtro che, come spiega l'avvocato Giulia Arangüena de La Paz, dello studio legale Adlp, «si è poi rilevato tecnologicamente inadeguato perché poneva degli stop indiscriminati all'attività internet per migliaia di utenti, anche a prescindere dal compimento di attività di scambio illecito di contenuti protetti. Con la conseguenza che nei mesi successivi la Scarlet è stata costretta ad appellare la condanna sostenendo l'impossibilità pratica di rispettare l'ordine». Attività di filtering che, in sostanza, violava la privacy ma anche la libertà d'informazione, quindi il diritto al segreto delle comunicazioni e alla protezione dei dati personali.

Spiega l'avvocato Villalón: «La predisposizione di un tale sistema di filtraggio e di blocco si risolve in una limitazione del diritto al rispetto del segreto delle comunicazioni e del diritto alla protezione dei dati personali, tutelati dalla Carta dei diritti fondamentali. L'applicazione di un tale sistema limiterebbe inoltre anche la libertà d'informazione tutelata dalla Carta dei diritti fondamentali».

Una conclusione che era attesa da tempo, come spiega l'avvocato Marco Consonni dello studio legale Dewey & LeBoeuf: «La decisione finale sarà presa probabilmente nel 2012 – spiega – ma intanto un paletto anche se non vincolante è stato messo perché non mi pare possibile addossare a un intermediario i massimi oneri e responsabilità in merito a un operato che comunque riguarda i comportamenti individuali di terzi».

L'avvocato generale ricorda tuttavia che la Carta dei diritti fondamentali riconosce la possibilità di una limitazione all'esercizio dei diritti e delle libertà, a condizione però che questa limitazione sia «prevista dalla legge». Che tradotto suona così: no a una disposizione di questo tipo a tempo indeterminato, per tutto il traffico che passa nelle autostrade digitali, sì a eventuali interventi mirati, ma a patto di soluzioni tecniche più "intelligenti" e sicuramente meno costose e invasive.

 

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