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I fantasmi di Siena E i pericoli ancora in agguato

Secondo il professor Giuseppe Portale, i contratti derivati sono nati con la Bibbia. Lì si trova che Giacobbe, figlio di Isacco, propose a Labano di sottoscrivere l’opzione di dargli in sposa sua figlia Rachele. Solo un’opzione, non un obbligo. Giacobbe, per pagare questa disponibilità del padre a consentire l’esercizio di quella che — diciamo così — era una call, si impegnò a lavorare per sette anni gratuitamente. Il ritorno sulle prime pagine dei giornali dell’argomento derivati ha invece ben poco di biblico, se non per i tempi trascorsi inutilmente nella vicenda Mps. L’ipotesi di aver omesso, nascosto, anche solo sottovalutato il problema, getta un discredito pesante sul mondo delle banche, che non ne avevano bisogno, e sui manager più in vista. Giuseppe Mussari ex presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, della banca Monte dei Paschi di Siena e dell’Abi è finito in mezzo ai guai, ma pensare che sia solo è un’offesa alle molte intelligenze che albergano negli istituti di credito. Le corresponsabilità ci sono e appaiono evidenti.
Prezzi fuori controllo
Quando nel 2007 Mussari comperò Banca Antonveneta per 9 miliardi di euro dal Santander — che tre mesi prima l’aveva pagata circa 6 miliardi compresa Interbanca, mai entrata nell’orbita del Monte e poi finita a Ge capital — a Siena non si levò una voce di dissenso, neppure dall’azionista di maggioranza assoluta, la Fondazione, che pure venne informata solo a cose fatte. Tutti erano convinti che quello fosse l’ultimo autobus utile per non scomparire davanti al processo di aggregazioni bancarie che si stava completando in Italia. Nessuno, né in banca, né in Fondazione, né tra i principali azionisti (Comune e Provincia attraverso la stessa Fondazione) ebbe da eccepire per un’operazione affrettata, un prezzo eccessivo e per la mancanza di una completa due diligence. Fortunatamente per Siena, Antonveneta, nonostante l’annoiata gestione da parte degli olandesi di Abn Amro, non era la Popolare di Lodi targata Fiorani e bastò la razionalità e il lavoro di Giuseppe Menzi per riportarla in bonis. Al netto però dell’oneroso costo di acquisizione.
Su quei 9 miliardi di euro oggi sta indagando la magistratura, al vaglio ci sono anche ipotesi corruttive. Le indagini chiariranno, ma intanto è evidente che la banca senese ha dimostrato opacità e il suo sistema dei controlli una totale inadeguatezza o, peggio, connivenza. Ad ogni livello, dal consiglio di amministrazione al collegio sindacale, a Comune, Provincia e Fondazione. Se Mussari ha sbagliato non era solo e il sistema ha continuato ad operare anche durante il mandato di Antonio Vigni, suo successore.
I crolli all’estero
Se i derivati nascono con la Bibbia, la bramosia di potere e denaro è insita nell’animo umano. Gli esempi non mancano. Nel 2007 i derivati affondarono Bear Stearns, quinta banca americana, acquisita poi da Jp Morgan. Nel 2008 saltò Lehman Brothers con un buco di 613 miliardi di dollari. A Parigi Jerome Kerviel riuscì a perdere 4,9 miliardi di Société Générale. Royal Bank of Scotland venne salvata con 20 miliardi di sterline dal governo di Londra (doppio scorno) e anche in Svizzera Ubs e Credit Suisse hanno dovuto fare i conti con gli effetti devastanti dei derivati. Ma ciò non basta a consolare.
Mussari, appassionato di ippica e di basket è caduto dalla sella dell’Abi e ha commesso infrazione di doppio palleggio, come l’ultimo dei principianti cestisti. Ma le sue dimissioni dall’Associazione bancaria sono un tardivo tentativo di ravvedimento operoso. In un paese diverso a un manager che in buona fede sbaglia il pricing di un’operazione tanto onerosa verrebbe presentato il conto a fine mandato. Forse anche prima. I banchieri italiani invece lo hanno votato loro rappresentante. E dopo un primo mandato gliene hanno affidato un secondo, sette mesi fa. Perché? Un paio di suoi grandi elettori hanno ammesso, a taccuini chiusi, che Mussari ha meritato la rielezione per l’abile gestione delle trattative sindacali: un’arte imparata da avvocato e affinata nelle corti del Pci e del Pd, dove è cresciuto. Ma basta questo a farne il presidente dell’Abi dopo l’acquisto di Antonveneta avvenuto a prezzi fuori mercato e ai sospetti sui derivati che già ad aprile 2012, prima della rielezione all’Abi, la trasmissione televisiva Report aveva portato in evidenza? Eppure, al momento del rinnovo solo Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo, ebbe da ridire.
Il rally di Borsa
I sospetti si moltiplicano. La gestione Mussari di Mps è sotto indagine: follow the money suggeriscono gli americani, segui i soldi. Ma non occorre andare troppo indietro nel tempo. Prima della recentissima bufera, l’azione Mps è stata grande protagonista in Borsa. Nelle iniziali otto sedute del 2013 il titolo ha guadagnato oltre il 30 per cento ed è passata di mano una quota importante del capitale sociale. Ricoperture dall’estero di posizioni ribassiste, si disse allora. Ne siamo proprio sicuri? Non c’è altro? L’ipotesi di un ammanco nei conti Mps era già di dominio pubblico da tempo — si discute solo se manchino 220 o 740 milioni, in fondo cos’è mezzo miliardo di euro…? — e un rally del genere ha certamente fatto la felicità di pochi. Follow the money, appunto. Ma oggi, in Italia, si preferisce il dibattito sul redditometro e il redditest e conta solo la sparata elettorale. A Siena inoltre tra conti sballati e contesse in disarmo regna il caos: l’ex sindaco Ceccuzzi, disarcionato in uno scontro con i fratelli Monaci, promette un’azione di responsabilità nei confronti della precedente gestione della banca. Tutti contro tutti: è il momento giusto per fare i furbi.

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