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I falsi costano al fisco 4,6 miliardi

La più tradizionale contraffazione dei marchi, ma anche la violazione del design, l’abuso dell’indicazione «made in Italy» e l’importazione parallela. Questo poker di illeciti genera in Italia, ogni anno, un giro d’affari stimato in circa 6,9 miliardi di euro e un mancato gettito fiscale di 1,7 miliardi.
Senza la contraffazione, rileva inoltre la ricerca realizzata dal Censis per il ministero dello Sviluppo economico, si potrebbero generare 110mila unità di lavoro a tempo pieno attraverso la produzione degli stessi beni in canali ufficiali.
Il rapporto, presentato ieri a Roma da Loredana Gulino, direttore generale della direzione generale Lotta alla contraffazione-Uibm, e da Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, calcola in termini di produzione aggiuntiva un beneficio teorico di 13,7 miliardi, con conseguenti 5,5 miliardi di valore aggiunto. Non manca una stima più dettagliata degli impatti negativi sul Fisco. Al miliardo e settecento milioni di gettito tributario mancato in termini di domanda diretta, si sommano infatti 2,9 miliardi relativi alla produzione attivata, per un totale di 4,6 miliardi, «pari all’1,7% del totale del gettito dello Stato relativo alle imposte considerate nello studio» (Ires-Ire su reddito di impresa, Irap, Ire su redditi da lavoro dipendente, Iva sulla vendita, imposte indirette).
Tra gli aspetti più interessanti, emerge il trend parallelo con il mercato legale: il fatturato da contraffazione, che si potrebbe immaginare in crescita a causa della crisi, nel periodo 2008-2010 è risultato in realtà in discesa, da 7,1 miliardi di euro del 2008 a 6,9 del 2010. In altre parole, evidenzia il Censis, a fronte di una crisi dei consumi, i beni contraffatti vedono il loro commercio ridursi, con variazioni percentuali più che proporzionali rispetto alle variazioni della spesa “legale”.
Il calo sul biennio 2008-2010, indotto dall’effetto crisi trasversale al mercato legale e a quello illegale, non distoglie comunque dalla lettura del fenomeno. Per gli esperti, alla contraffazione di marchio (riproduzione e commercializzazione illecita di articoli con marchi registrati) si affiancano in misura rilevante la contraffazione di design, che colpisce modelli o disegni registrati, e l’abuso di indicazione di origine, «made in Italy», che tocca soprattutto l’alimentare e le calzature con lo strumento del cosiddetto “italian sounding”. Nel computo generale, poi, va inclusa l’importazione parallela, ovvero la commercializzazione in Italia di prodotti destinati ad un Paese e poi venduti da noi, attraverso canali non ufficiali, a prezzi anche notevolmente inferiori.
Nel panorama industriale, i settori più colpiti sono quelli dell’abbigliamento e degli accessori (2,5 miliardi di euro), il comparto cd, dvd e software (1,8 miliardi) e quello dei prodotti alimentari (1,1 miliardi). Trend in crescita per i cosmetici, colpiti in modo particolare dall’importazione parallela. L’Unipro, l’associazione italiana di settore, stima una crescita negli ultimi dieci anni del mercato del contraffatto di 15 volte, con una progressiva estensione dai prodotti di fascia alta a quelli di consumo ordinario come dentifrici, shampoo, saponi, detergenti.
Ad ogni modo per tutti i settori, rileva l’indagine del Censis, si riscontrano differenti livelli di sofisticazione del falso. Le copie realizzate in Italia sono generalmente di migliore fattura rispetto a quelle cinesi o comunque straniere, e possono spingere il consumatore a pagare un prezzo più alto. Esemplare il caso dei prodotti in pelle, realizzati in laboratori capaci di riprodurre, oltre ai capi, anche certificati di garanzia e di autenticità. scatole con il marchio della griffe, libretti esplicativi della storia dell’azienda, in un crescendo che rende sempre meno distinguibile l’originale.

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