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I falchi della Fed alzano la voce “Basta sostegni all’economia” Sui mercati torna l’ombra del rigore

L’incertezza politica in Italia e la debolezza dell’economia tedesca da una parte; la “lacerazione” in seno alla banca centrale americana dall’altra. Sono queste le spinte divaricanti che hanno creato paura sui mercati, con perdite diffuse sulle due sponde dell’Atlantico. L’avvicinarsi del voto in Italia coincide con nuovi dati sulla crisi dell’eurozona: stavolta è la Germania che delude con indici di attività industriale e nei servizi al di sotto delle attese. Un altro genere di sorpresa però viene dagli Stati Uniti. Qui in un certo senso è la “troppa moneta” a creare il problema. Perché ridà fiato ai falchi della Federal Reserve: quelli che vogliono interrompere una politica del credito eccezionalmente generosa. Questa rivelazione emerge dalle “minute” della Fed, cioè i resoconti sui dibattiti interni alla banca centrale più potente del mondo. Ben Bernanke, il presidente della Fed, ha un’autorità solida e tuttavia gestisce un governo abbastanza collegiale, guai se si trovasse in minoranza. La sua politica finora ha fornito carburante alla ripresa, attraverso interventi chiamati “quantitative easing”: in sostanza equivalgono a stampar moneta in quantità massiccia, al ritmo di 85 miliardi di dollari ogni mese, per sostenere gli investimenti, i consumi, le assunzioni. Per la terza volta dall’inizio della crisi, la Fed
lanciò un programma simile nel settembre scorso: attraverso acquisti di bond pubblici e semi-pubblici. Bernanke annunciò in quell’occasione — e lo ha ribadito più volte — che l’aiuto straordinario all’economia andrà avanti finché il tasso di disoccupazione sarà sceso al 6,5% (attualmente è del 7,9%). Per i mercati quella politica era una “bussola”, un punto di riferimento sicuro per orientare gli investimenti. La garanzia di un sostegno a oltranza da parte della Fed aveva contribuito al clima di fiducia e di ottimismo nell’economia americana. Ora quell’atmosfera è minacciata. I resoconti sul dibattito interno alla Fed dimostrano che sta crescendo
una robusta fronda interna. Sono i rigoristi, che vogliono porre un termine al pompaggio di liquidità. A loro sostegno c’è il fatto che la crescita Usa sembra ormai consolidata — dura da più di due anni — e così anche il miglioramento del mercato del lavoro. Certo, per milioni di disoccupati questa è una crescita ancora troppo fiacca, le assunzioni non aumentano a un ritmo abbastanza veloce, e quel 6,5% di disoccupazione indicato come obiettivo da Bernanke è ancora lontano. Tuttavia i falchi della Fed sono preoccupati per gli effetti indesiderati del “quantitative easing”. Alla terza puntata di quelle operazioni di acquisti di bond, il saldo finale sui conti della banca centrale è impressionante: la Fed si è messa in cassaforte l’equivalente di 3.000 miliardi di dollari di bond. Coloro che contestano Bernanke all’interno della Fed temono che un simile rigonfiamento del bilancio della banca centrale sia insostenibile, malsano. A medio o lungo termine potrebbe rilanciare l’inflazione. Peraltro, a dargli indirettamente ragione c’è un’altra banca centrale, quella del Giappone, che di recente si è “convertita” alla strategia Bernanke. A Tokyo viene detto molto esplicitamente che l’obiettivo è proprio “fabbricare inflazione” per rianimare consumi e investimenti (c’è una logica: quando i prezzi diminuiscono come accade da tempo in Giappone, i consumatori rinviano gli acquisti sistematicamente). La frattura che si è aperta in seno alla Fed non è ancora l’annuncio di un dietrofront. Per adesso la leadership di Bernanke non è messa in discussione, e il presidente della banca centrale non ha dato segni di “pentimento”. Però se continua a crescere la fronda interna, Bernanke dovrà tenerne conto. La prospettiva di un credito semi-gratuito, abbondante ed esteso fino a un’orizzonte molto lontano, viene rimessa in questione all’improvviso. E’ lo shock che ha interrotto una lunga fase rialzista di Wall Street. Ha reagito anche il dollaro: al rialzo ovviamente, poiché la politica monetaria espansiva era anche stata la causa del deprezzamento della valuta americana. Il guaio è che il fronte del dubbio all’interno della Fed si è allargato, proprio quando i benefici del credito facile stavano cominciando a farsi sentire anche tra i consumatori e le imprese. Per una lunga fase quella politica monetaria aveva aiutato soprattutto il settore finanziario, i suoi effetti sull’economia reale sono stati lenti. E i dubbi sulla strategia della Fed cascano in un pessimo momento, a ridosso delle elezioni italiane, con tanti segnali recessivi che continuano ad arrivare dall’Europa.

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