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I dubbi di Bankitalia: effetti restrittivi

di Rossella Bocciarelli

«Ci sono forti probabilità che, non solo per effetto della manovra ma anche per il peggioramento del quadro congiunturale internazionale in corso si possa verificare una fase di stagnazione, che rallenterebbe anche la flessione del peso del debito pubblico sul Pil». Il vice direttore generale della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ha sottolineato ieri nella sua audizione al Senato che, se non viene inserita in un disegno macroeconomico in grado di rivitalizzare la crescita e stimolare la produttività, la manovra del governo può avere effetti recessivi sull'economia italiana. Attualmente infatti «in un quadro previsivo che resta ancora estremamente incerto, potrebbe prefigurarsi una crescita del Pil inferiore al punto percentuale nell'anno in corso e ancora più debole nel 2012» ha detto Visco, in linea con la revisione delle stime sull'economia italiana appena apportata dal Fmi.

Dunque «il riequilibrio dei conti deve associarsi a una politica economica volta al rilancio delle prospettive di crescita della nostra economia». Più volte è risuonato ieri il riferimento alla necessità di puntare su quelle growth enhancing measures alle quali faceva riferimento la lettera spedita dal presidente della Bce Jean Claude Trichet e dal governatore della Banca d'Italia Mario Draghi al presidente del Consiglio, nei giorni più drammatici della turbolenza finanziaria di agosto. Una missiva che, peraltro, secondo quanto ha spiegato il dirigente di via Nazionale rispondendo a una domanda, non somiglia in nessun modo alle lettere del Fondo monetario e non contiene nessun tipo di condizionalità (Bankitalia, in ogni caso, ha chiarito Visco, non ha nulla in contrario alla sua pubblicazione).

Gli interventi della Bce che com'è stato ricordato nella discussione ha speso 115 miliardi la scorsa settimana in operazioni di mercato aperto servono a rendere più fluida la politica monetaria europea, ha sottolineato Visco. Al tempo stesso, l'esponente del Direttorio Bankitalia ha ricordato che, come Paese, «non ci possiamo permettere» un differenziale con i bund tedeschi che torni in modo permanente a 300 basis point, perché, con uno stock del debito pubblico pari al 120% del Pil (quello medio di Eurolandia è all'80%) il costo aggiuntivo per le pubbliche finanze italiane di tre punti in più di onere per interessi alla fine di un triennio sarebbe pari a qualcosa come 3,6 punti di prodotto. Dunque, non ci sono alternative a un aggiustamento di bilancio delle dimensioni complessive indicate dal decreto, perché «progressi insufficienti e tardivi sul fronte dell'avanzo primario rischiano di essere vanificati dalla crescita degli oneri per interessi». La situazione attuale e i rischi che si palesano per il futuro, ha aggiunto, «richiedono una risposta pronta e decisa: nel perseguimento del pareggio del bilancio, con interventi strutturali e nella creazione di condizioni favorevoli alla crescita economica». I saldi, insomma, non possono essere toccati e l'entità complessiva della manovra non può essere ridotta. Al tempo stesso, il dirigente della Banca d'Italia ha fatto chiaramente intendere che si potrebbe lavorare sulla composizione della manovra, troppo sbilanciata sulle entrate, ricordando che, ad esempio, secondo alcune simulazioni condotte in Bankitalia, se si riducesse il cuneo fiscale che grava sul costo del lavoro finanziandolo con misure di tassazione degli immobili si otterrebbe un incremento di crescita dello 0,3-0,4% di Pil l'anno. Al momento, invece, ciò che si profila è un forte aumento del peso delle entrate sul prodotto: «Tra il 2011 e il 2014 l'incidenza delle entrate sul prodotto crescerebbe di 1,9 punti percentuali. La pressione fiscale salirebbe soprattutto nel 2012 e nel 2013 (rispettivamente di 1,1 e 0,7 punti); nel 2014 si attesterebbe al massimo storico del 44,5 per cento». Ma questo livello, spiega via Nazionale, «sarebbe ancora maggiore se gli enti decentrati compensassero, anche solo in parte, la riduzione dei trasferimenti statali con un aumento dell'imposizione a livello locale».

 

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