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I distretti del made in Italy crescono del 3%, più di Berlino Rimpatrio per molte produzioni

Altro che la Germania. Nei primi nove mesi del 2014 l’export dei distretti italiani è cresciuto del 3,5% rispetto allo stesso periodo del 2013, ben oltre il più 2,1% del settore manifatturiero tedesco. Nell’intero 2014 il fatturato è cresciuto dell’1%, in decisa controtendenza rispetto al resto dell’industria italiana, ancora in stagnazione. Nel 2015 andrà ancora meglio: il settimo Rapporto Annuale sui distretti industriali di Intesa Sanpaolo prevede un aumento del 3,1%, che dovrebbe permettere entro fine anno di recuperare i livelli di fatturato del 2008, con un biennio di anticipo rispetto al manifatturiero italiano. E quindi nel 2016, con una previsione del più 3,2%, dovrebbe ripartire la crescita, favorita anche dal basso costo dell’energia, dal consolidamento fiscale e dal cambio euro dollaro.

L’indagine di Intesa Sanpaolo, che analizza i bilanci di oltre 12.000 imprese appartenenti a 144 distretti industriali e di 34.300 imprese non distrettuali, individua anche altri punti forti. Le imprese dei distretti effettuano investimenti diretti esteri in misura maggiore rispetto alle altre (31 partecipate ogni 100 imprese contro 22); registrano più brevetti (61 ogni 100 imprese contro i 42 di tutte le altre) e marchi (39 ogni 100 imprese contro 20). Sono più solide: tra il 2008 e il 2013 il patrimonio netto delle imprese dei distretti è aumentato del 10,8%, mentre per le altre si è fermato all’8,2%. Sono inoltre mediamente più grandi: la quota di microimprese dall’ultimo censimento Istat risultava del 29,3% per le aree non distrettuali e del 23,7% per i distretti, mentre per le grandi imprese è il contrario, 12,4% contro 15%. Il peso delle imprese medio-grandi nei distretti è salito nel 2014 al 40,6%, 4 punti percentuali in più rispetto alla media.
Nel complesso, le imprese dei distretti risultano quindi più attraenti anche agli occhi delle multinazionali straniere: consistente la quota di investimenti nel settore farmaceutico, ma l’interesse delle aziende straniere è andato anche oltre. Tra le principali operazioni l’acquisto di Loro Piana da parte del colosso francese del lusso Lvmh, di Marazzi (ceramiche) da parte della Mohawk Industries, della Indesit da parte di Whirlpool. Recentemente l’inglese Chartehouse Capital Partners ha investito 300 milioni nella Nuova Castelli, mentre la spagnola Ebro Foods ha scelto la pasta Garofalo e il riso Scotti. Agli investimenti stranieri si affianca però anche il rimpatrio di produzioni precedentemente trasferite all’estero, che emerge dalla riduzione dell’import di beni intermedi da Paesi con costi di produzione più bassi. La “Top 15” dei distretti si concentra in alcune aree del Centro-Nord (unica eccezione le calzature napoletane), e vede la spiccata prevalenza dell’agroalimentare e della moda, anche se non mancano altri tipi di settori particolarmente rappresentativi del Made in Italy come il marmo di Carrara, in pole, seguito dalle macchine per l’imballaggio di Bologna e dal food machinary di Parma.
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