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I debiti delle famiglie

ROMA — Indebitarsi per far fronte alle spese quotidiane. Per pagare il medico e il dentista. O le tasse. Gli italiani non chiedono più i prestiti solo per far fronte alle spese straordinarie, come l’acquisto della macchina o dei mobili, ma anche semplicemente per avere i soldi in tasca per la gestione degli “affari” familiari. E molto spesso si tratta di piccoli importi a rate contenute.
È il quadro, allarmante, che emerge dall’analisi della richiesta dei “prestiti personali” condotta dal Crif, l’istituto che gestisce il flusso dei dati creditizi, in un arco di tempo che va dal 2008 a marzo 2012, vale a dire il quadriennio della crisi globale. Questo tipo di finanziamento rappresenta oggi il 38 per cento del credito al consumo. Un andamento che si è mantenuto stabile, grazie alla «caratteristica di flessibilità nell’utilizzo — spiega Daniela Bastianelli, senior analyst di Crif decision solutions — anche se la domanda ha continuato a scontare gli effetti della contrazione dei consumi ».
Sono diminuiti i prestiti per fronteggiare le spese per gli immobili (acquisto di prodotti di arredamento e le ristrutturazioni), che passano dal 17,3 al 16,3 per cento del totale. I più richiesti sono i prestiti per spese generiche, che vanno dalle spese per i viaggi a quelle per lo svago, che passano dal 17,6 per cento al 24,2. Guadagnano quota anche le spese finanziarie e assicurative, cioè quelle per pagare le polizze, per consolidare debiti già esistenti e per la liquidità: passano dal 7,8 al 12,9 per cento. Da sottolineare come una buona parte di questi finanziamenti sia stata richiesta per fini di liquidità, ossia di soldi da tenere nel portafogli per far fronte alle spese di tutti i giorni. E si chiedono prestiti anche per pagare le tasse e i tributi, per le spese delle nozze (quello che va sotto la voce “varie”), anche se calano di poco, passando dal 24 al 20,6 per cento. Un settore ancora marginale ma in preoccupante crescita è quello della salute: è raddoppiato il suo peso sul totale della domanda di prestiti personali, passando dall’1,2 per cento del 2008 al 2,4 di quest’anno. Il 36 per cento sono per il dentista, il 59 per spese mediche generali e il 4,5 per interventi estetici. C’è anche una piccola quota destinata all’acquisto di auto (dall’8,9 al 9,7 per cento) e di elettronica (dal 3,6 al 4,2 per cento) anche se a farla da padrone in questo settore sono sempre i prestiti finalizzati.
«C’è maggiore attenzione da parte delle famiglie italiane a coprire spese non voluttuarie ma, spesso, strettamente indispensabili — aggiunge Bastianelli — come le spese per la salute e quelle finanziarie e assicurative: un chiaro segnale di disagio e difficoltà». Una difficoltà che spesso si raddoppia perché a quella di sbarcare il lunario si somma anche quella di ottenerlo il prestito personale. Con un precariato dilagante, che non dà garanzie di solvibilità, e con giovani sempre meno giovani che iniziano a non avere neanche più i genitori che potrebbero garantire con la loro pensione l’onorabilità del debito. Ecco allora che i privati cominciano a prestarsi i soldi tra loro, con l’autorizzazione anche della Banca d’Italia. Si sta facendo largo anche in Italia, infatti, quello che viene chiamato “social lending” (prestito sociale), con aziende come Prestiamoci, Smartika e Boober che, a fronte di commissioni tra lo 0,5 e il 2,5 per cento, mettono in contatto richiedenti e prestatori, garantendo tassi mediamente più bassi di due punti percentuali rispetto alle banche, ritorni superiori al deposito bancario e tempi più rapidi di erogazione. E il rischio insolvenza? Nell’ordine del 2-3 per cento, assicurano gli operatori. Come in banca.

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