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I dati Usa rilanciano il super-dollaro

L’economia viaggia a due velocità tra le due sponde dell’Atlantico. Negli Stati Uniti il Pil è cresciuto del 4,2% nel secondo trimestre. Nell’area euro di appena lo 0,7 per cento. L’inflazione negli Stati Uniti viaggia al 2 per cento. Nell’area euro gli ultimi dati relativi ad agosto hanno confermato la parabola discendente dei prezzi con una crescita di appena lo 0,3% anno su anno con la terza economia dell’area (quella italiana) scivolata in deflazione. L’ultima delusione per l’area euro è arrivata l’altro ieri con gli indici dei responsabili acquisti delle imprese manifatturiere risultati peggiori delle attese. L’ultima buona sorpresa per gli Stati Uniti è arrivata ieri con la pubblicazione dell’analogo indicatore (l’indice Ism manufatturiero) che ad agosto è ancora cresciuto passando da 57,1 a 59 punti. L’indice che misura la fiducia delle imprese americane ha fatto meglio delle stime degli analisti che si attendevano una crescita più contenuta a 58 punti ed è ai massimi da 10 anni a questa parte. 
La corsa del biglietto verde
Mettete insieme questi indicatori e combinateli con il differente orientamento di politica monetaria di Fed e Bce (la prima si appresta a chiudere la stagione degli stimoli mentre la seconda potrebbe annunciarne di nuovi al direttivo di domani) e capirete come mai il biglietto verde si sia apprezzato di oltre il 6% sull’euro dai minimi di inizio maggio. Questo trend si è ulteriormente consolidato ieri. Il Bloomberg Dollar index, che monitora il cambio del dollaro rispetto alle sue 10 principali controparti, ha toccato un nuovo massimo da sette mesi a questa parte. L’euro, da parte sua, ha aggiornato nel corso della seduta un nuovo minimo a un anno sul biglietto verde toccando quota 1,3110.
Le oscillazioni di giornata del cambio euro-dollaro sono state in ogni caso piuttosto contenute. E lo stesso si può dire per il segmento obbligazionario dove ieri si è assistito a una giornata di vendite che hanno fatto risalire i rendimenti dei titoli di Stato dell’Eurozona. Sia nel caso dei Paesi «core» come la Germania (il tasso del Bund ha chiuso allo 0,93%) che dei periferici come l’Italia: il rendimento del BTp decennale è passato dal 2,42% al 2,45% con lo spread in leggero calo da 154 a 152 punti. Poco mosso anche il mercato azionario con le principali Borse del Vecchio Continente che hanno chiuso contrastate: in rialzo Piazza Affari (+0,49%) e Francoforte (0,3%), sul filo della parità Parigi, Madrid e Londra.
L’attesa per la Bce
L’andamento incerto e poco mosso dei mercati europei è un segnale di prudenza degli operatori che non vogliono esporsi più di tanto alla vigilia di un direttivo Bce dagli esiti tutt’altro che scontati. Il recente discorso di Mario Draghi al simposio di Jackson Hole, in cui il governatore si è detto preoccupato per la riduzione delle aspettative sull’inflazione, e il quadro macroeconomico negativo fanno scommettere i mercati su operazioni «non convenzionali» da parte della Bce. Resta da vedere se queste si limiteranno ai finanziamenti agevolati al sistema bancario (Tltro) o se verranno messi sul piatto anche piani di acquisti di titoli. E se questi riguarderanno solo gli Abs (titoli garantiti da prestiti alle imprese, mercato poco maturo in Europa) o anche i titoli di Stato (Quantitative easing). Da questo punto di vista ci sono varie scuole di pensiero tra gli addetti ai lavori che, sintetizzando, vanno da chi scommette che Draghi si giocherà tutte le sue carte (QE compreso) a chi è convinto che l’Eurotower sarà molto più prudente e lancia l’allarme sull’eccessiva euforia che si respira in questi giorni sui mercati.
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