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I dati Usa pesano sulle Borse, spread a 467

L’economia statunitense frena più del previsto. Quella indiana rallenta, come quella cinese. L’Europa è già in recessione (non in tutti i Paesi), ma soprattutto è alle prese con una crisi degli Stati (Grecia e Spagna) e delle banche (spagnole) senza precedenti. Di fronte agli ennesimi indicatori economici e di fronte alle mille indiscrezioni arrivate ieri, tra cui quella (poi smentita) di aiuti alla Spagna, i mercati finanziari hanno esasperato ancora una volta la corsa ai beni rifugio e la fuga da ciò che reputano rischioso.
È così che gli acquisti sono continuati massicci sui titoli di Stato dei Paesi ritenuti più solidi, comprimendo al minimo i loro rendimenti: ieri hanno registrato nuovi minimi storici i tassi d’interesse decennali di Usa (1,56%), Germania (1,23%), Francia (2,3%), Austria (2,1%), Finlandia (1,5%) e Olanda (1,6%). Per contro la fuga dai Paesi più deboli ha causato nuovi rialzi dei loro tassi d’interesse: i BTp italiani decennali sono ora al 5,94% (con lo spread a 471 punti per Mts o 467 prendendo altri benchmark). I Bonos spagnoli (al 6,61% con lo spread a 537) sono invece tornati ai livelli del 1997 escludendo un picco al 6,71% di novembre. Le Borse, dopo una giornata in altalena, alla fine hanno chiuso piatte (Milano +0,01%, Francoforte -0,26%, Parigi +0,05%): per i listini azionari Ue si tratta comunque del peggior calo mensile da agosto. Wall Street ha chiuso a -0,21%.
Frena la locomotiva Usa
A pesare sui mercati finanziari ieri sono state soprattutto le notizie macroeconomiche arrivate, quando in Europa era pomeriggio, dagli Stati Uniti. L’indice Pmi, quello che misura le strategie dei direttori d’acquisto dell’area di Chicago, è sceso dal 62,2 di marzo e dal 56,2 di aprile fino al 52,7. Fin che l’indicatore sta sopra quota 50 significa che l’economia si espande, mentre se scende sotto l’indice indica una contrazione. Ebbene: da marzo ha perso 10 punti e si aggira ormai vicinissimo allo spartiacque di quota 50. Questo dimostra che l’economia americana sta frenando bruscamente, pur restando in espansione.
Lo stesso messaggio è arrivato da altri indicatori. Il Pil Usa del primo trimestre è stato rivisto a +1,9%, rispetto alla stima preliminare di +2,2% e al +3% del quarto trimestre. Altra doccia fredda. E anche dal mercato del lavoro le notizie sono state peggiori delle aspettative: il settore privato Usa ha registrato un aumento degli occupati di 133mila unità, deludendo gli economisti che si aspettavano 148mila. Tutto questo conferma che l’economia Usa sta perdendo smalto.
E questo è ancora più preoccupante se si pensa che anche altri Paesi su cui si poggiano le speranze per la crescita economica mondiale stanno frenando. È di ieri mattina la notizia che il Pil dell’India nel primo trimestre è cresciuto del 5,3%: cifra certo elevata, ma inferiore rispetto al +6,9% stimato dal Governo e ben al di sotto del +8,4% dell’anno scorso. Ed è di pochi giorni fa la notizia del rallentamento anche in Cina. Tutto questo impensierisce i mercati: se anche le poche locomotive economiche del mondo rallentano, la crisi (soprattutto europea) del debito diventerà ancora più ingestibile.
Europa in balìa di se stessa
Anche perché nel Vecchio continente il bandolo della matassa sembra non trovarsi mai. La crisi delle banche spagnole, che nei primi tre mesi del 2012 hanno perso 97 miliardi di euro di depositi secondo la Banca centrale, non ha ancora una soluzione: ieri il «Wall Street Journal» ha scritto che il Fondo Monetario starebbe lavorando per varare aiuti a favore di Madrid, ma dal Fondo stesso è poi arrivata la smentita. Anche il dramma greco non mostra spiragli. Il referendum in Irlanda sulla ratifica del cosiddetto “fiscal compact” (il patto fiscale tra gli Stati Ue) aumenta l’incertezza: solo oggi si conoscerà il responso delle urne, atteso comunque favorevole. Ma l’impressione generale è l’immobilismo politico in Europa. Denunciato ieri anche dal presidente Bce Mario Draghi: «La Bce – ha detto – non può riempire il vuoto e la mancanza di azione da parte dei governi europei».

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